La Bandeira di Giovanni

Lo scultore lombardo Ciniselli non poté vedere inaugurata la sua scultura a Lisbona

Marco Riccòmini |  | Lisbona

Sostiene il «Diário de Noticias» che, quel giorno di maggio del 1881, il maestro Giovanni Ciniselli (Milano, 1832-83) si affacciò sul Jardim Dom Luis di Lisbona: «La piazza era abbellita con festoni di carta, con lampadine colorate gialle e verdi che pendevano su dei fili tesi da una finestra all’altra. C’erano alcuni tavolini all’aperto e qualche coppia ballava». Sostiene il «Diário» che, quel giorno, «avrebbe avuto voglia di bere una limonata e proprio lì accanto c’era un caffè [Café Orquídea, Ndr]. Ma si contenne. Si limitò a riposarsi all’ombra, si tolse le scarpe e prese un po’ di fresco ai piedi».

Aveva passato i giorni del viaggio sulle pagine che Luz Soriano aveva dedicato a quell’eroe lusitano (Vida do Marquês de Sá da Bandeira), il marchese di Sá da Bandeira, anzi Bernardo de Sá Nogueira de Figueiredo (Santarém, 1795-Lisbona, 1876), lo statista che aveva abolito la schiavitù cui si era deciso di erigere un monumento nel centro di Lisbona, ma le aveva trovate indigeste, come l’omelette alle erbe aromatiche che gli servivano la sera in albergo.

Da quando era arrivato Ciniselli non si sentiva bene e, nonostante il medico lo avesse rassicurato, non vedeva l’ora di tornare a bordo del piroscafo, ancorato nella vicina stazione marittima di Cais do Sodré. Sostiene il «Diário» che quel giorno di tre anni più tardi (il 31 luglio 1884), appena passate le diciotto, una folla silenziosa si radunò in Praça Dom Luís I per assistere allo svelamento della statua.

Sostiene il «Diário» che, oltre alle personalità del Governo, era presente anche la coppia reale Dom Luís I e Dona Maria Pia (O Anjo da Caridade), per la quale era stato allestito un palco coperto e che, a mancare, fosse solo quel maestro italiano. Perché, come si legge inciso nel bronzo accanto alla sua firma («Gio. Ciniselli/Roma 1883»), «morte negò all’autore/la palma di sue fatiche», ossia se ne andò prima di vedere inaugurata la sua ultima creazione. Senza più tornare al Terreiro do Paco, a guardare da una panchina i traghetti partire per l’altra sponda del Tago. O almeno così sostiene il «Diário».

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