Klee e la Newyorkitis

Una mostra a Berna racconta il distacco critico dell’artista agli sviluppi tecnologici di inizio ’900

«Muttertier [Dam]» (1937) di Paul Klee, Berna, Zentrum Paul Klee, Bern
Elena Franzoia |  | Berna

Nello Zentrum Paul Klee di Berna 115 opere raggruppate in cinque sezioni espositive raccontano l’insieme affascinato e critico rapporto che il grande artista ebbe con la rivoluzione innescata dalla meccanizzazione di inizio ’900. Coadiuvata da Kai-Inga Dost, la curatrice della mostra «Paul Klee. About Technical Frenzy» (3 settembre-21 maggio 2023) Fabienne Eggelhöfer afferma: «Paul Klee visse, come noi oggi, in un’epoca di grandi trasformazioni. Raggi X, microscopi, telefoni, automobili ed elettricità misero in discussione la percezione di materia, spazio e tempo dissolvendo l’immagine familiare del mondo. Allo stesso tempo con la fine delle monarchie, l’instaurazione delle democrazie, gli scioperi dei lavoratori e le manifestazioni per i diritti delle donne l’ordine sociale diventò instabile. Tra coloro che reagirono a questo clima, Paul Klee rispose agli sviluppi tecnologici con un distacco critico espresso in numerose opere».

Robot e mondo cyborg, meccanica e dinamismo, fotografia, microscopia e raggi X, nonché ritmo e polifonia sono i principali riferimenti che affiorano dalle opere in mostra, insieme all’attualissima percezione del progresso tecnico da un lato come generale facilitazione delle condizioni di vita, dall’altro come accelerazione spesso incontrollata dei ritmi quotidiani alla base di problemi psichici all’epoca chiamati Newyorkitis o nevrastenia e oggi identificati con il termine inglese burnout.

Seguendo il motto coniato da Klee nel 1920 «l’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile», in mostra sono esposte non solo opere come «Untitled (Electrical Spook)», in cui l’artista sperimenta le inedite possibilità di vedere e creare rese possibili dalle nuove tecnologie, ma anche opere astratte come «Daringly balanced» (1930), «Harmony of Rectangles with Red, Yellow, Blue, White and Black» (1923) o «Elevated Horizon» (1932) il cui libero e critico approccio alle rigide regole costruttiviste si attirò le critiche dell’ortodosso fondatore di De Stijl Theo van Doesburg.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Elena Franzoia