Incanto tardogotico

Nel Museo Diocesano di Spoleto è esposto il trittico ricomposto del Maestro della Madonna Straus. L'approfondimento di Adele Breda, curatrice del Reparto per l’arte bizantino-medievale dei Musei Vaticani

Le due tavole con Santa Paola e Sant'Eustochio del Maestro della Madonna Straus
Adele Breda |  | Spoleto (Pg)

Entrando nelle prime due sale della Pinacoteca Vaticana si può osservare che fra i dipinti esposti raramente si riconoscono opere autonome, ma che la maggior parte delle tavole apparteneva a composizioni articolate, costituite da più elementi, come scomparti di predella, cimase, pilastrini, comparti laterali o centrali di polittici smembrati. Si tratta, perciò, di frammenti isolati, dei quali spesso non è nota la provenienza.

Questo aspetto frammentario caratterizza gran parte delle esposizioni museali dedicate al periodo medievale in tutto il mondo, in quanto la frammentazione del patrimonio è la conseguenza, oltre che del deterioramento causato dal passare del tempo, soprattutto di un cambiamento di gusto radicale, che si manifesta a Firenze intorno alla metà del XV secolo. In tutta Europa ne conseguirono lo smembramento e la dispersione proseguiti anche nei secoli successivi.

Nelle chiese tardomedievali i polittici splendevano sugli altari e fungevano da strumenti di preghiera, traducendo in forma visiva la fede locale e la devozione personale, ma erano anche ambiti mezzi per esplicitare la ricchezza e la raffinatezza delle più importanti città italiane e d’Europa. Botteghe e scuole locali realizzavano queste opere anche in tanti piccoli borghi dispersi nella campagna, ma spesso tali dipinti erano richiesti agli artisti più accreditati e alla moda che lavoravano nei centri culturali più affermati.

Il mutamento conseguente al sorgere del pensiero umanistico e alla nascita dell’arte rinascimentale penalizzò in modo irreversibile gli splendidi polittici dorati e rilucenti di guglie: negli scomparti si libravano, vibranti di smaltati colori, fragili sante e trepidi santi. Intorno agli anni quaranta del Quattrocento, la semplice e pura eleganza della pala quadrata, introdotta dal Beato Angelico e da Domenico Veneziano, rivoluzionò la tradizione plurisecolare opponendosi alla rigogliosa e briosa decorazione tardogotica con l’introduzione delle «tabule quadrate et sine civoriis», ossia pale d’altare nelle quali le figure non erano contenute in scomparti separati, ma raccolte insieme in un’unica tavola, priva di coronamento e di cuspidi.

E proprio a quel particolare contesto fiorentino in cui si formò il giovane Fra’ Angelico, alla cerchia di pittori che collaboravano con Agnolo Gaddi, appartiene, insieme a Lorenzo Monaco, il nostro pittore, chiamato convenzionalmente Maestro della Madonna Straus, un artista in cui la cultura tardogotica si sposa con un particolare gusto arcaico per la tradizione, alla cui mano si devono le due tavole della Pinacoteca Vaticana raffiguranti le santePaola Romana ed Eustochio.

Preziose e raffinate, le due tavole che avevano l’apparenza di sportelli di un trittico o di un tabernacolo e delle quali non si sapeva assolutamente nulla, prepotentemente, in occasione del loro restauro, emergevano dal passato come frammenti di un insieme scomposto, del tutto sconosciuto, che ci imponeva almeno di tentare di rintracciare l’elemento centrale dal quale erano state crudelmente separate.

Affidate alle cure dei restauratori del Laboratorio di restauro dipinti e materiali lignei dei Musei Vaticani, Bruno Marocchini e Rossana Giardina, intervenuti sulla parte pittorica, e di Massimo Alesi e Marco De Pillis sul supporto ligneo, sempre più appariva chiara la squisita lavorazione di queste raffinatissime tavole fiorentine.

Il Maestro della Madonna Straus, attivo a Firenze tra il 1385 e il 1415, prende il nome da un’aggraziata «Madonna col Bambino» conservata al Museum of Fine Arts di Houston in Texas, appartenuta e donata dalla famiglia Straus. Per un caso fortuito, proprio durante il restauro dei nostri dipinti, la Madonna di Houston era in mostra a Roma, a Palazzo Barberini.

Dopo molte ricerche, quando ormai stavamo perdendo le speranze di trovare il pannello smarrito, una felicissima intuizione di Anna Pizzamano, dottoranda della Pontificia Università Gregoriana che collaborava con il Reparto per l’Arte Bizantino-Medievale, lo ha localizzato nel Museo Diocesano di Spoleto. In tale sede era esposta una «Madonna con il Bambino tra due angeli» del nostro pittore, che corrispondeva da un punto di vista stilistico e iconografico a quanto cercavamo, benché le sue misure fossero fortemente alterate a causa dei danni subiti durante un terremoto, e che forse per questo motivo non era mai stata presa in considerazione come parte centrale del trittico.

Nella valutazione di un’opera d’arte al giudizio storico-artistico – imprescindibile per l’iniziale intuizione – oggi si vogliono (e si dovrebbero sempre) unire i dati dell’evidenza scientifica. A tale scopo, accordi intrapresi tra Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani, S.E. Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo della Diocesi di Spoleto-Norcia, e Stefania Nardicchi, Conservatore del Museo Diocesano di Spoleto, hanno avviato il primo necessario lavoro di comparazione fra le tavole.

Da Spoleto, l’opera del Maestro della Madonna Straus è stata così trasferita ai Musei Vaticani: appena accostata, osservando per la prima volta la tavola centrale tra gli sportelli con le sante Paola Romana ed Eustochio, il dialogo tra i tre frammenti è apparso evidente e quasi deflagrante. Tutto coincideva: i volti della Madonna e di santa Paola di impianto neogiottesco; il volto di Santa Eustochio e di un angelo quasi identici e decisamente tardogotici; le stoffe preziose del tessuto d’arredo sul trono e quelle dell’abito in broccato di Santa Eustochio che esibivano gli stessi motivi fitomorfi e zoomorfi, la medesima punzonatura che appariva nelle tre tavole (archetti trilobi, rosette, tondi concentrici), insieme ai vividi colori e ai morbidi chiaroscuri degli incarnati.

I tre elementi costitutivi dell’ipotetico trittico sono stati trasferiti nel Gabinetto di ricerche scientifiche applicate ai Beni Culturali dei Musei Vaticani, dove Ulderico Santamaria, Fabio Morresi e Fabio Castro hanno dato l’avvio a una completa campionatura di idagini non distruttive e hanno effettuato test di comparazione su più fronti. Il risultato ha confermato che pigmenti, punzoni, essenze lignee delle tre tavole corrispondevano, avvalorandone la piena compatibilità.

La ricomposizione dell’opera ha preso avvio da un modello semplice di trittico, in cui gli sportelli si chiudevano perfettamente sotto l’arco interno della tavola centrale. Le indagini effettuate da restauratori, diagnosti e storici dell’arte hanno però condotto ad una soluzione diversa. Si trattava di un trittico molto più ricco e articolato, di grandi dimensioni.

La ricostruzione del trittico, completa di approfondimenti storico-artistici, resoconti delle indagini scientifiche e relazioni di restauro, è trattata nel catalogo della mostra edito dalla Quattroemme di Perugia, curato da chi scrive e da Anna Pizzamano.

L'esposizione temporanea «Incanto tardogotico. Il trittico ricomposto del Maestro della Madonna Straus» (15 giugno-7 novembre) organizzata al Museo Diocesano di Spoleto con la collaborazione dei Musei Vaticani ci permette di apprezzare l’opera ricostruita. Scopriamo così che i due scomparti con le Sante Paola Romana ed Eustochio intorno al 1400 completavano il «Trittico di Maria Santissima di Piè di Castello» nella chiesa di Santa Maria di Abeto di Preci a Norcia (Pg).

Frammenti di un patrimonio culturale disperso in questa occasione si sono ricongiunti, ritrovando la loro antica armonia. Terminata la mostra, le opere ritorneranno nelle loro consuete sedi espositive arricchite dalla conoscenza del contesto di provenienza.

© Riproduzione riservata La Madonna di Spoleto del Maestro della Madonna Straus
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