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Stefano Miliani
Leggi i suoi articoliVolando a bassa quota sulla campagna foggiana, in località Segezia, dall’aereo un campo rivela inequivocabilmente la pianta di una basilica paleocristiana; presso Passo di Corvo dei cerchi in appezzamenti coltivati denunciano la presenza di un villaggio neolitico
«La Puglia è il paradiso dell’archeologia aerea: la struttura del territorio e le colture sono perfette per la fotointerpretazione, è un fatto storico. Il primo grande archeologo ad aver sfruttato la fotografia aerea è stato l’inglese John Bradford, ufficiale della Raf nella seconda guerra mondiale. Scattava foto aeree per verificare gli effetti dei bombardamenti alleati, proseguì nel dopoguerra e grazie a migliaia di immagini trovò villaggi neolitici, paesaggi romani e insediamenti medievali»: rimanda a un’epoca in cui l’archeologia moderna stava costruendo ancora le proprie fondamenta e aveva il sapore dell’avventura Giuliano Volpe, archeologo e rettore emerito all’Università di Foggia e presidente del Consiglio superiore dei beni culturali.
Rimanda a quelle indagini condotte sulle ali del vento perché ha tirato le somme di un filone di ricerca nel convegno da lui coordinato e recentemente tenuto nell’ateneo della città pugliese dedicato alla «Storia e archeologia globale dei paesaggi rurali in Italia fra Tardoantico e Medioevo»: un filone che reputa ricco di prospettive grazie a un approccio attento anche alle scienze naturali e alla tecnologia affiancate alla tradizionale perlustrazione del terreno ma, sul suo gruppo, vede addensarsi nubi scure.
Sulla scia di Bradford «abbiamo ottenuto risultati strepitosi, abbiamo pubblicato molto materiale, intendo come gruppo di ricerca legato alla mia Università, rivendica l’archeologo, ma tutto ciò è ancor più doloroso perché la permanenza di questo gruppo è a rischio. Sarebbe grave non dare continuità a un lavoro lungo vent’anni. Chi può già cerca altre strade e altre Università».
Dall’alto, ribadisce, vediamo cose che noi umani, calpestando il suolo, non vediamo. «Finita la guerra, Bradford pubblicò libri e avviò una scuola di fotografia aerea. Noi abbiamo ripreso la sua lezione, facciamo prospezioni con piccoli aerei, abbiamo individuato un migliaio di insediamenti spesso inediti scoprendo tra l’altro le piante di quattro-cinque chiese. Abbiamo messo insieme un archivio di oltre 100mila foto».
Il procedimento, una volta spiegato, sembra piuttosto evidente. Quando in tarda primavera inizia il caldo nel tavolato pugliese, in volo si vede la differenza di crescita del grano: cresce più rigoglioso e resta verde più a lungo laddove ci sono canali e fosse scavate per ex centuriazioni romane; dove erano stati eretti muri accade il contrario, ingiallisce prima. «Le foto aeree mostrano questi passaggi in modo sfacciato. Sono uno degli strumenti per praticare l’archeologia globale dei paesaggi sfruttando tutte le fonti, le scienze e le tecnologie disponibili».
Le ricerche aeree non tolgono la necessità, e magari la bellezza, delle indagini al suolo, meglio se nel silenzio della campagna e in compagnia di colleghi. Completano il quadro, poiché per Volpe l’aeroarcheologia s’inserisce in una disciplina che indaga ogni segno del tempo nei paesaggi per comprenderne passato, presente e possibili processi evolutivi. Nel territorio della Daunia, grazie allo sguardo dal cielo incrociato alle analisi sul terreno, indica che sono emersi paesaggi stratificati come un villaggio neolitico, una centuriazione e una villa romana, un casale medioevale. L’obiettivo finale? «Ricostruire la “storia totale” di un territorio».
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