Image Capital: una mostra-ipertesto sulla fotografia come tecnologia di informazione

Alcune riflessioni sul progetto di ricerca di Estelle Blaschke e Armin Linke ora alla Fondazione MAST di Bologna

Pubblicità della Recordak del 1955 ca con etichetta «Tutti questi assegni in 30 metri di rullino. Un bel risparmio» © Università di Rochester, Libri Rari, Collezioni Speciali e Conservazione (RBSCP), Kodak Historical Collection
Gabriele Sassone |  | Bologna

Uno dei testi che accompagna «Image Capital», la mostra di Estelle Blaschke e Armin Linke visitabile alla Fondazione MAST di Bologna fino all’8 gennaio, contiene una frase che vale oro per chi si relaziona con le fotografie (e cioè il 99% degli esseri umani): «Le fotografie difficilmente sono soltanto immagini». Verissimo. Talmente vero da suonare banale.

A partire da questo rischio (quello di realizzare una mostra «banale» sullo statuto dell’immagine) che chiediamo al curatore di «Image Capital», Francesco Zanot, come si può affrontare un tema così grande. «Abbiamo costruito una mostra cercando di andare in profondità, verticalmente. È una mostra di casi studio. Una nuova esplorazione sul potere delle immagini ai giorni nostri, condotta attraverso un metodo quasi-scientifico». In effetti la centralità della ricerca, che si basa su un’indagine gestita in prima persona dai due protagonisti (Blaschke è una storica della fotografia, Linke è un artista che lavora con la fotografia), si palesa già nell’allestimento.

Spesso le immagini prendono corpo grazie a lastre di vetro appoggiate alle pareti, a grandi cassette di legno ancorate al soffitto tramite tubi in metallo. Tale configurazione, decisamente scultorea, esprime un rinnovato rapporto fra analogico e digitale. «Siamo ben consapevoli del fatto che il digitale stia mano a mano erodendo il corpo della fotografia, afferma Zanot. Siamo altrettanto consapevoli che le stampe fotografiche siano sempre più rare e che sia in atto un processo di smaterializzazione delle immagini. Allo stesso modo però non dobbiamo dimenticare che l’universo digitale si fonda su un hardware, e questo hardware ha una materialità, spesso anche molto ingombrante, energivora... Di conseguenza abbiamo deciso di non appendere nulla direttamente sulle pareti. D’altra parte questa è anche una mostra sull’invasione delle immagini: che sono dappertutto, ce le troviamo davanti a ogni passo che facciamo».
«Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut, Fototeca, Firenze, Italia» (2018) di Armin Linke. Cortesia dell’artista e Vistamare Milano/Pescara
Quello dell’invasione, del bombardamento visivo, è un concetto cardine per capire e apprezzare «Image Capital». La sensazione che si prova attraversando le sale è analoga a quella che si prova durante una ricerca sul web. Pagine e pagine che si aprono l’una dopo l’altra, catene di riferimenti che ci permettono di approfondire e divagare allo stesso tempo: pubblicità retrò della Kodak o dell’orticoltura indoor più avanzata, la sala di controllo del Cern di Ginevra, uno schedario del Kunsthistorisches Institut di Firenze, le pareti rocciose dell’Iron Mountain, gli interni della Banca d’Italia…

Nell’intenzione di esprimere le logiche con cui il capitalismo si è evoluto e ha trasformato la società, sono particolarmente azzeccate le associazioni generate dall’accostamento delle opere. Per esempio nella sezione «Mining», che si concentra sugli aspetti estrattivi della fotografia, in particolare sugli sviluppi dei software di riconoscimento, ecco che da un lato troviamo l’immagine di una serra olandese, dove i pomodori vengono raccolti dalle macchine sulla base del colore di maturazione, e dall’altro lato, in una teca, sono disposte delle tavole scientifiche di fine Ottocento sulla coltivazione della patata. Oltre cent’anni di storia dell’agricoltura collassano in un singolo episodio. Quindi siamo d’accordo con Zanot quando dice che «questa mostra può essere letta come una sorta di ipertesto».

Tuttavia il percorso, densissimo di riferimenti, è organizzato in sei sezioni che evidenziano altrettante specificità dell’immagine nell’epoca del bio-capitalismo: dall’archiviazione dei dati alla loro accessibilità, dalla protezione alla mappatura, dalla visualizzazione in ambito scientifico e industriale fino alla riproducibilità e alle implicazioni finanziarie. «La mostra potrebbe essere descritta anche come un saggio diffuso nello spazio e le sezioni come i capitoli di un libro sempre in dialogo tra loro, fortemente interconnessi

Da questo punto di vista, risulta fuorviante definire «Image Capital» una mostra di fotografia. Ovviamente questa è la premessa, eppure, fin dalla prima sala, è evidente il peso dei documenti e degli archivi. «Ci piacerebbe che i visitatori tornassero ad approfondire alcuni argomenti a più riprese, come si fa in una biblioteca, prosegue Zanot. “Image Capital” è una mostra composta da diversi livelli: può essere attraversata rapidamente, per avere un’idea di ciò di cui parliamo, o ci si può soffermare sui numerosi materiali che abbiamo accumulato».

Bisogna precisare che le opere a firma di Linke sono soltanto una parte di quelle esposte. Prendiamo come esempio l’approfondimento dedicato al Cern: una fotografia di Linke del 2019 che svela il sistema di cablaggio, i componenti interni delle macchine del centro di ricerca, richiama  una stampa anonima del 1981 che mostra i movimenti delle particelle catturati nella LExan Bubble Chamber. Osservando queste due immagini, è sorprendente rendersi conto di quanto sia sindacabile il confine tra documento e opera d’arte: tanto la prima, autoriale a tutti gli effetti, testimonia un contesto quasi sconosciuto; tanto la seconda, risultato di una registrazione automatica, potremmo considerarla un’incisione astratta di inizio Novecento. Una prova di Kandinskij. In sostanza «Image Capital» dimostra che rappresentare la realtà è il primo passo per manipolarla.
«Deep Feature Factorization for Concept Discovery» di Edo Collins, Radhakrishna Achanta e Sabine Süsstrunk, documento presentato alla Conferenza europea sulla visione computerizzata (ECCV), Monaco, Germania, 2018. Cortesia École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL)
Un problema analogo, che mette in crisi la dicotomia documento/opera, è sollevato dai testi scritti da Blaschke, o dalle citazioni che riflettono sul rapporto fra uomo e immagine. La frase di Susan Sontag («Le fotografie non sono tanto uno strumento della memoria, ma una sua invenzione o sostituzione») o la frase tratta da una pubblicità della Recordak («8.000 assegni in 30 metri di rullino. Questa è economia») sono stampate e appese come manifesti. Anzi, come opere vere e proprie. La scelta premia, nel senso che rafforza l’impressione di gustare un libro dalle fattezze ambientali.

Un libro che non ha le pretese di esaurire l’argomento, di fornire risposte alla stregua di un manuale o di un saggio accademico; piuttosto, «Image Capital» allarga il discorso fino a superare i confini invisibili del sistema dell’arte, sollecitando gli aspetti più critici della nostra vita. Conclusa la visita, è difficile stabilire se il «capitale» che impera nel titolo sia nascosto nell’immagine o nelle informazioni che essa contiene. A tal proposito Zanot sostiene che è presente in entrambi gli elementi. «Quando si parla delle informazioni contenute in un’immagine dobbiamo intendere sia le informazioni visibili, ovvero tutto ciò che possiamo riconoscere all’interno del fotogramma, sia quelle invisibili, vale a dire i metadati che la descrivono e la rendono rintracciabile. Le immagini operative oggi hanno un valore (straordinario) solo se sono accompagnate da questi dati, e solo per chi è capace di leggerli e interpretarli».

Se, come recita il sottotitolo della mostra, la fotografia è «tecnologia dell’informazione», le domande da porsi ogni volta che apriamo l’obiettivo di una fotocamera e ne consumiamo il prodotto sono ancora moltissime: postare una fotografia su un nostro profilo social significa generare capitale oppure no? Fra 500 anni, saremo ancora in grado di leggere questo enorme patrimonio di immagini? E, se sì, a chi apparterrà?

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Gabriele Sassone