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Il tagliando del ministro Bonisoli

Gli interventi di riorganizzazione della struttura del Mibac

La facciata del Collegio Romano, sede del Mibac a Roma

Dopo mesi di dibattito anche acceso da parte di varie componenti del mondo dei beni culturali, il Ministero per i Beni e le Attività culturali (Mibac) ha reso noti alcuni interventi di riorganizzazione della struttura, attesi da alcuni, paventati da altri, che sostanzialmente lasciano molte cose come stanno. E questo è un bene.

Viene riaffermata nei fatti la pari dignità dei concetti di tutela e valorizzazione e si afferma, almeno a parole, l’intenzione di migliorare l’efficacia e l’efficienza dell’amministrazione in funzione del rapporto con la cittadinanza. Si resta invece in attesa di capire se il preventivato rafforzamento della capacità di controllo a livello centrale vada in direzione di un auspicato alleggerimento della struttura di vertice del Mibac, che sia più leggera e più autorevole, o di un incremento della sua impalcatura burocratica.

Personalmente apprezzo il metodo scelto dal ministro per la nuova proposta di assetto attraverso l’ascolto delle diverse componenti interne ed esterne al Mibac senza lenti di natura ideologica, anche se bisogna essere consapevoli che le letture ideologiche delle situazioni e delle proposte di intervento non possono essere semplicemente accantonate, perché sono destinate comunque a riemergere, ad esempio, nell’uso che si fa dei concetti di «pubblico» e «statale» o nel concepire il rapporto tra patrimonio culturale ed economia, fisiologico per alcuni, esecrando per altri.

Di fronte al riformismo degli anni di Dario Franceschini, che hanno cambiato realmente l’esistente, trovando quindi prevedibili ostacoli e provocando inevitabili conflitti, c’è da prendere atto che in questo caso sembra di essere in presenza di una riorganizzazione dei meccanismi interni di funzionamento della struttura, magari necessari, ma che non toccano da vicino gli aspetti culturali che dovrebbero innervare le problematiche amministrative (ad esempio l’etica del contesto o la visione sociale del patrimonio).

Siamo quindi in presenza di una delle tante (troppe) riorganizzazioni che il Mibac ha subito negli ultimi vent’anni e quindi di quello che potremmo definire un tagliando, sui cui aspetti, anche fortemente tecnici, è bene che siano i tecnici a esprimersi: ad esempio circa le funzioni, ora accresciute, del Segretario generale, l’istituzione di Segretariati interregionali, il puro cambio di denominazione dei Poli museali in Reti museali. Sembrerebbe più incisiva la scelta di riattribuire alle Soprintendenze le aree e i parchi archeologici presenti nei Poli: quasi un gesto di buona volontà verso quelle componenti archeologiche dell’amministrazione, che hanno recentemente manifestato insofferenze e disagi rispetto alle forme in cui è stata attuata la riforma.

Giudizio sospeso anche circa l’istituzione di un’ulteriore nuova Direzione generale delegata ai contratti e all’economia della cultura, con compiti pertinenti al controllo dei rapporti concessori e degli appalti, utile se capace di uniformare e sveltire le procedure, insufficiente se non accompagnata da una chiara direttiva politica di alleggerimento e dismissione della gestione diretta di quei settori del patrimonio che oggi appaiono più abbandonati. Settori che si sarebbero giovati della sinergia con le politiche del turismo, se quest’ultimo ambito non fosse stato sciaguratamente sottratto al Mibac in omaggio a stralunate opzioni politiche venate di personalismo.

Il rafforzamento dei poteri della Direzione generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio potrebbe meglio garantire l’omogeneità delle procedure sul territorio nazionale (da sempre piuttosto discrezionali), ma sembra andare in direzione opposta a quella maggiore autonomia degli organi periferici auspicata da più parti, ad esempio con la trasformazione delle Soprintendenze in organi dotati di autonomia contabile, privilegio oggi riservato alla sola Soprintendenza di Roma (oltre che naturalmente ai Musei e Parchi autonomi di recente istituzione).

C’è quindi da esprimere soddisfazione per il mantenimento di alcuni aspetti qualificanti delle riforme Franceschini, quali l’ArtBonus e il nuovo assetto dei Musei, finalmente tolti dalla loro marginale condizione di semplici uffici, e in particolare del principio organizzativo delle Soprintendenze uniche. Al tempo stesso c’è da domandarsi come si intenda raggiungere l’obiettivo espresso di rafforzare al loro interno le diverse aree tematiche, valorizzando quindi le competenze necessarie alla gestione integrata del territorio, in particolare con una riforma della governance, che vada in direzione di una maggiore coralità nei processi decisionali all’interno di strutture storicamente autocratiche.

Detto questo, bisogna ragionare piuttosto su quello che nel disegno di «assestamento organizzativo» non c’è. Magari perché non è quella la sede: ma andiamo un po’ alla sostanza. Non vi è alcun cenno alla necessità di estendere le occasioni di «gestione dal basso» del patrimonio culturale in omaggio al principio di sussidiarietà sancito dall’art. 118 della Costituzione. Le esperienze portate dalle più diverse componenti della società civile italiana agli Stati generali della gestione del patrimonio culturale dal basso nello scorso febbraio a Firenze dimostrano una volta di più che la società sta parecchie lunghezze più avanti dei corridoi del Ministero preposto alle attività culturali.

Molto tempo fa, il legame fra territorio e popolazione trovava nei cosiddetti ispettori onorari uno strumento capillare, delicato e fattivo; oggi è la rete dei Musei civici che potrebbe prestarsi proficuamente al compito (rinvio in proposito alle riflessioni presenti nella Carta di Siena dell’Icom) facendo da riferimento alla creatività delle risorse umane e culturali diffuse in ogni angolo del nostro Paese, che vanno ascoltate, accompagnate e monitorate.

Questa «sordità» dei vertici verso la percezione e l’uso del patrimonio culturale da parte della cittadinanza si riflette peraltro nella mancanza di qualsiasi cenno alla Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società redatta a Faro nel 2005, la cui ratifica è ancora bloccata in Parlamento: può dirci il ministro se questi ostacoli provengono dal suo stesso Ministero o piuttosto dai suoi avversari politici? E in questo secondo caso: chi sono?

Nessun accenno si fa al tema del libero uso delle immagini del patrimonio culturale. Dopo i passi avanti fatti negli anni di Franceschini, la strada di questa battaglia di civiltà e libertà è ancora irta di barriere e trabocchetti: che cosa pensa di fare il Mibac a proposito delle richieste di modifica dell’art. 108 del Codice dei Beni culturali, che sottopongono il libero riuso, quindi anche commerciale, delle immagini del patrimonio pubblico al pagamento di royalty, il cui ammontare risulta peraltro irrisorio rispetto alla spesa necessaria per la loro riscossione?

Nessun accenno si fa al grande tema della formazione, se non velatamente con l’annunciata volontà di potenziare la collaborazione del Mibac con le Università. Ma a tal fine ci si può solo augurare che non venga gettata alle ortiche del dimenticatoio l’occasione proposta sullo scorcio della passata legislatura dagli incontri tra Mibac e Consiglio Universitario Nazionale (Cun). Molto lavoro è stato già fatto. Lo facciamo svanire? Nulla si dice sull’urgenza del cambiamento anche degli artt. 88 e 89 del Codice dei Beni culturali, che riservano grottescamente al solo Ministero (neanche allo Stato!) il diritto a svolgere ricerche archeologiche sul terreno. La disposizione è in palese contrasto con l’art. 33 della Costituzione, che tutela la libertà della ricerca, e relega al ruolo di ospiti le Università, istituzioni pubbliche sottoposte come un qualunque cittadino privato a un borbonico regime di «concessione», come se non avessero l’obbligo di formare gli archeologi di domani e quindi il diritto/dovere di svolgere scavi e ricerche archeologiche in sintonia e collaborazione con gli organi preposti alla tutela del patrimonio.

Ministro Bonisoli, fatto il tagliando, apra anche questi dossier, che mi sono permesso di portare alla sua memoria: avrà al suo fianco molto più consenso di quanto possa immaginare.

Daniele Manacorda, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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