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Musei

Il soprintendente innovatore del Davia Bargellini

In autunno la mostra celebrativa del centenario del Museo d'Arte Industriale di Bologna

Il museo d'Arte Industriale di Bologna

«Domenica 30 maggio 1920 […] nelle sale del Palazzo Davia Bargellini ha avuto luogo l’inaugurazione del Museo d’Arte Industriale». Con queste parole la rivista bolognese «Vita Cittadina» celebrava la nascita del museo, giunto oggi a superare il primo centenario e creatura tutta dell’allora soprintendente Francesco Malaguzzi-Valeri (1867-1928). Questi, d’una famiglia in cui la cultura da secoli «scorreva per li rami» (Daria fu madre di Ludovico Ariosto), fu personaggio fondante del panorama culturale italiano tra Otto e Novecento.

l clima culturale di quei decenni, con la nascita dei movimenti inglesi, francesi, austriaci tesi a riconoscere dignità d’arte (seppure etichettata «minore») alla mobilia e agli oggetti decorativi, indusse in Malaguzzi-Valeri l’idea di creare a Bologna un museo dedicato all’arte allora detta «industriale» e lo condusse a visitare il Victoria and Albert Museum di Londra, l’Österreichisches Museum für Kunst und Industrie di Vienna, il Musée de Cluny di Parigi, lo Stibbert di Firenze e altri a Berlino e in Svizzera, e a lavorare all’allestimento del Museo del Castello Sforzesco (sotto la direzione del cugino Ippolito, allora a capo degli Archivi di Stato milanesi).

In quasi tutti quei musei, però, riscontrò una sorta di carenza d’anima: fredde e silenziose esposizioni seriali di oggetti, senza ricordi di passate esistenze e di trascorsi utilizzi. Perciò nel 1914 Malaguzzi-Valeri avvia a Bologna un «Museo a sé delle arti decorative […] sul tipo di quello che s’è venuto formando a Milano nel Castello Sforzesco».

Come spiega Mark Gregory D’Apuzzo (conservatore del museo e curatore, con Massimo Medica e Chiara Squarcina, della mostra celebrativa di questo centenario, posticipata all’autunno), idea primaria del soprintendente innovatore fu quella di «ambientare tante opere oggi mute al linguaggio suggestivo dell’arte del passato, ravvivandole con buoni accostamenti, scaldandole alla fiamma di una luce nuova e vivida», laddove il verbo «ambientare» riassume l’ideale museografico del suo ideatore.

Tocco ulteriormente personale sarà l’impatto visivo della collezione così organizzata che proponeva allora (e ripropone ancora oggi con lo stesso splendore) una versione «musealizzata» del gusto allora imperante: l’eclettico, sfaccettato, rutilante «Goût Rothschild», lanciato dai celebri banchieri nelle loro residenze francesi e inglesi.

Dal 1916 Malaguzzi-Valeri raccoglie in prima persona i mobili e gli «objets d’art»destinati a rendere palpabile la «vita» in un interno bolognese settecentesco nelle quattro sale del nuovo Museo d’Arte Industriale, inaugurato nel 1920 al secondo piano del Palazzo Davia Bargellini, edificato fra 1638 e 1658 dai Bargellini, passato poi in eredità a un’altra famiglia senatoria, i Davia, e infine, per l’estinzione del casato, confluite nell’Opera Pia Davia Bargellini.

Nel 1924 il museo troverà sede finale nell’Appartamento Vedovile al piano terreno, dove occupa 8 sale e accoglie in un unico percorso anche la Quadreria Davia Bargellini, di gran qualità e unica collezione privata bolognese, con quella Zambeccari (ora a Palazzo Pepoli Nuovo), sopravvissuta quasi intatta a vendite e divisioni.

Giovanni Pellinghelli del Monticello, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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