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Il Parco dei Virunga nella Repubblica Democratica del Congo

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin (Unesco), scruta il Patrimonio mondiale

Elefanti e bufali africani. Uno dei campi di rifugiati Ruandesi.  Vulcani dei Virunga. Gorilla di montagna

Il Parco Nazionale dei Virunga, il più antico dei grandi parchi naturali africani (fu istituito nel 1925, in epoca coloniale, con il nome di Parco Albert in onore del re del Belgio), ospita uno degli ambienti naturali più ricchi di aspetti geologici e di biodiversità del mondo. Il parco si trova nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), a cavallo tra i bacini del fiume Congo e del Nilo, lungo il Rift Albertino, la sezione occidentale della grande Rift Valley Africana. Con una superfice di oltre 8mila chilometri quadrati, il Parco dei Virunga confina con due dei grandi laghi africani, il Lago Kivu a sud e il Lago Albert a nord, e ad est con due stati: il Ruanda e l’Uganda.

All’interno del parco, i monti Virunga comprendono ben tre vulcani attivi: il Nyamuragira, il Mikeno e il Nyiragongo, le cui pendici sono ricoperte di dense foreste tropicali. Frequenti sono le eruzioni, spesso con effetti devastanti sull’ambiente naturale e sugli insediamenti umani, come la importante città di Goma sul Lago Kivu. All’interno del parco si trova anche la vetta del Monte Ruwenzori, che tocca i 5.109 metri ed è sempre coperta da ghiacci e neve. La grande differenza dei climi che si trovano alle diverse quote (in pochi chilometri si passa dalla giungla tropicale al deserto d’alta montagna) ha generato un’immensa diversità biologica, che assieme all’interesse geologico ha motivato l’iscrizione del parco nella Lista del Patrimonio mondiale nel 1979.

La flora del parco comprende oltre 2mila specie, tra cui ben 260 alberi che sono specie uniche della zona del Rift Albertino. Il parco è anche l’habitat naturale di una grande varietà di animali delle zone tropicali africane, come lo scimpanzé e vari tipi di scimmie, l’elefante africano, l’ippopotamo e il bufalo africano, oltre a gazzelle, facoceri, cinghiali. Non mancano i leoni, i leopardi africani, le manguste, i pangolini.

Ma la specie di maggiore interesse del parco è senza dubbio il gorilla di montagna (Gorilla Beringei), che vive nelle foreste di alta quota esistenti tra Congo, Ruanda e, in Uganda, nel Parco Nazionale della Foresta Impenetrabile di Bwindi, un altro sito del Patrimonio mondiale. Il gorilla di montagna è classificato dalla Iucn (l’Unione internazionale per la conservazione della natura) come specie in pericolo, perché la sua sopravvivenza è gravemente minacciata dalla riduzione progressiva del suo habitat naturale e dall’azione dei bracconieri che hanno ridotto drammaticamente il numero di individui, fino ai circa mille attuali.

Il gorilla di montagna, caratterizzato da una pelliccia più folta delle altre specie di gorilla, che gli consente di vivere in zone a temperatura più bassa, è più piccolo della specie di pianura (gorilla di Grauer), ma resta comunque un animale imponente, che pesa fino a 200 chili e, quando eretto, può arrivare anche a 1,95 metri di altezza. Chiamato anche «silverback» per una fascia di pelliccia grigio argentea che con l’età si sviluppa nel dorso, il gorilla di montagna non è un animale territoriale, tuttavia protegge il suo gruppo e può diventare aggressivo se minacciato.

È stato studiato a partire dall’inizio del Novecento da molti specialisti, tra cui la celebre Dian Fossey, che passò ben 18 anni nella zona, facendo osservazioni, effettuando un censimento completo della popolazione e avviando pratiche di conservazione che comprendevano la lotta al bracconaggio. È per questo motivo che la Fossey venne assassinata nel 1985, ed è dal suo lavoro che prese vita la principale organizzazione attiva nella protezione di questa specie, il Dian Fossey Gorilla Fund International. Purtroppo, la regione dei grandi laghi africani è stata teatro, negli ultimi decenni, di una serie di terribili vicende politiche che hanno compromesso gravemente l’integrità dell’ambiente naturale.

Nel 1994, nel vicino Ruanda si svolse la tragica vicenda del genocidio dei Tutsi, uno dei più spaventosi massacri dei nostri tempi, con oltre un milione di morti e la distruzione di quasi il 70% di questa etnia. Il genocidio provocò una fuga di massa dal Ruanda, e la popolazione si riversò in Congo, stabilendosi per molti anni in giganteschi campi profughi interni al Parco dei Virunga.

A questo seguì lo scoppio di ben due guerre (1996 e 1998) tra Ruanda e Congo, e la perdita completa del controllo da parte del Governo dell’intera zona dell’Est del Congo. Per quasi 10 anni il territorio rimase sotto il controllo di milizie legate a gruppi politici, militari e affaristici di varia origine, fino a quando non si riuscì a ripristinare una qualche forma di controllo governativo.

In quel periodo, con i finanziamenti offerti da Ted Turner e dalla sua United Nations Foundation, l’Unesco poté mantenere in vita una parvenza di organizzazione del parco (e degli altri parchi del Congo), ed evitare il collasso totale del sistema di gestione. Tuttavia, non si riuscì a evitare che il Parco dei Virunga divenisse luogo di bracconaggio, di razzie, di distruzioni da parte di gruppi armati di diversa natura, con un impoverimento drammatico della biodiversità e una minaccia diretta alla sopravvivenza delle specie più fragili, tra cui il gorilla di montagna. Ancora oggi, la situazione resta instabile.

Nel 2014 il conservatore del parco, il principe Emmanuel de Mérode, fu gravemente ferito a colpi di armi da fuoco e sopravvisse a stento all’attentato. Solo pochi mesi fa, il 25 aprile, ben 17 persone, tra cui 12 ranger, sono state uccise in un’imboscata, rendendo ancora più evidente la precaria condizione di questo ultimo, straordinario habitat africano.

L'autore è stato direttore del Centro del Patrimonio Mondiale (2000-10) e direttore generale dell’Unesco

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020


  • Localizzazione del Parco Virunga
  • La vetta del monte Rewenzori

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