Il nuovo allestimento del Museo del Design di Milano

Nel palazzo progettato da Giovanni Muzio sono raccontati quasi cento anni di sperimentazioni radicali, dal «Libro imbullonato» di Depero ai fratelli Campana

Una veduta del nuovo Museo del Design di Milano. Foto: Agnese Bedini – Dsl Studio. © Triennale Milano
Ada Masoero |  | Milano

Cent’anni fa si apriva, nella Villa Reale di Monza, la prima edizione (allora biennale) della Mostra Internazionale delle Arti Decorative, manifestazione che conobbe un immediato successo e che dal 1933, con la V edizione, si spostò a Milano nel Parco Sempione, nel palazzo progettato da Giovanni Muzio che è tuttora la sua sede. Fra gli eventi che celebrano la ricorrenza, il più significativo è il nuovo allestimento (sempre nella Curva al piano terreno) del Museo del Design, aperto al pubblico il 15 aprile, in occasione del Salone del Mobile 2023 (in FieraMilano a Rho, dal 18 al 23 aprile) che coinvolge con i suoi eventi l’intera città.

Del resto, come ha puntualizzato Stefano Boeri, presidente di Triennale Milano, «il legame tra la storia del design italiano e quella di Triennale è indissolubile: fin dalla sua istituzione, Triennale è sempre stata un centro nevralgico per il dibattito e la definizione del concetto stesso di design, in tutte le sue forme». E il nuovo allestimento, ideato da Marco Sammicheli, direttore del Museo del Design Italiano di Triennale, come spiega lui stesso, «racconta quasi cento anni di sperimentazione radicale, in cui nuovi materiali, nuove tecniche e nuovi codici estetici hanno rivoluzionato la sfera domestica e la società, con un focus sulla notevole ricerca che ha trasformato identità e caratteristiche principali del design italiano».

Si parte dunque con Fortunato Depero e con il suo «Libro imbullonato», del 1927, e con il «Luminator» di Luciano Baldessari ma anche con la colla «Coccoina», per attraversare l’intero secolo con gli oggetti, inframmezzati da installazioni tematiche, ideati dai nostri più grandi progettisti (e realizzati dalle industrie italiane, alla cui competenza ricorrono da sempre anche tanti designer stranieri), da Figini e Pollini a Carlo Mollino, da Gio Ponti a Joe Colombo, da Armando Testa a Zanuso e Sapper (per Brionvega), da Gae Aulenti ad Anna Castelli Ferrieri, da Sottsass a Mendini, e molti altri ancora, accompagnati da documenti d’archivio, foto storiche, opere d’arte.

Alla fine del percorso, nello spazio Design Platform, trova posto (fino al 15 settembre) la mostra «Text», a cura di Sammicheli, in cui sono messi in dialogo oggetti e abiti d’autore, pezzi di design e di cultura materiale, di arte e di alto artigianato e, in uscita, c’è l’omaggio a Fernando Campana, scomparso nel 2022, famoso designer con il fratello Humberto. Sempre al pianoterra è visibile fino al 23 aprile la mostra «Droog30. Design or Non-design?», a cura di Maria Cristina Didero e Richard Hutten, in cui si festeggiano i trent’anni del gruppo olandese che ha rivoluzionato il concetto stesso di design (come spiega Didero, «Droog ha messo in discussione il ruolo dell’industria dando priorità assoluta alla libertà di espressione e infrangendo il concetto stesso di funzione e di comfort») e che esordì nel 1993 proprio a Milano.

Sullo scalone, fino al 7 maggio, c’è la bellissima mostra «Lisa Ponti. Disegni e voci», a cura di Damiano Gullì, curatore Arte contemporanea e Public Program di Triennale Milano, in cui sfilano i disegni di questa figura di prim’ordine della cultura milanese del ’900 (è scomparsa nel 2019) che era sì la figlia Gio Ponti ma era soprattutto critica, editor, scrittrice e, dai 70 anni, sensibilissima artista. I suoi disegni sono accompagnati da brani di suoi scritti (su «Stile» e «Domus» soprattutto) letti da Ginestra Paladino.

E, all’esterno, la grandiosa, lucente «Falena» di Nico Vascellari, la cui gemella è allestita nell’atrio del MaXXI di Roma: un «sole» (prodotto grazie a gloTM for art) fatto di centinaia di falci placcate d’oro, che entra ora nelle collezioni di Triennale Milano.

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