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Il nostro primo «pittore informale»

Un nuovo sito web per conoscere da vicino Arturo Tosi

«Nudo alcoolico» (1895), un olio su tela di Arturo Tosi

Non solo virus. Da Rovetta in Val Seriana, nel cuore della valle tanto tormentata dal contagio, arriva una buona notizia. L’Associazione Arturo Tosi, recentemente fondata da Michelina e Arturo, nipoti dell’artista, e che ha sede appunto a Rovetta, nella seicentesca casa di campagna dove Tosi fin dal 1905 passava le estati a dipingere, ha ora un ottimo sito web. Strutturato come una piccola enciclopedia del pittore lombardo, è firmato dal CreAction Team di Gianluca e Cinzia Renoffio, specialisti di questo genere di lavori. Non entriamo nel merito dei testi del sito, perché molti di loro sono ripresi da cataloghi che abbiamo sulla coscienza noi.

Ma, quanto a riproduzioni di opere, foto d’epoca (deliziose quelle d’inizio secolo, con l’artista e la moglie di ritorno dal viaggio di nozze, davanti a una veduta del Vesuvio ovviamente falsa: una sorta di fondale di teatro), video (tra cui una chicca del 1951), informazioni e news, permette di penetrare nel mondo di Tosi. Intendiamoci, i siti web non sostituiscono le mostre, figuriamoci i libri. Possono però far sapere che esistono, o almeno che esistono i libri, visti i tempi, e invogliare a conoscerli. Bisognerebbe anzi che ci fosse più collaborazione fra web e carta stampata. Un po’ come diceva Manzoni a proposito del Settecento, che si passava il tempo a discutere se bisognasse sviluppare più l’industria o l’agricoltura: «L’uno e l’altro, alla buonora! Che bisogno c’è di scegliere? Sono due cose come le gambe, che due vanno meglio di una sola».

Ma torniamo a Tosi, un artista che ultimamente è stato un po’ dimenticato, tranne che dalle aste, dove compare a volte con quotazioni risibili, se non umilianti, come gran parte del nostro Novecento, purtroppo. Tosi (Busto Arsizio, 1871-Milano, 1956) non è stato un epigono del naturalismo ottocentesco, come certa critica l’ha considerato. È stato invece un maestro del paesaggio moderno, cioè di un paesaggio non descrittivo ma costruttivo, che non rappresenta analiticamente colline, case, alberi, ma li riassume in vigorose sintesi. Basti pensare alle sue vedute di Rovetta, tutte rettangoli e masse sotto forma di campi arati o colline. Ma non solo.

Tosi è stato il nostro primo artista informale, il primo pittore di gesto e di materia dell’arte italiana, a far tempo dal 1895. In quegli anni dipingeva opere, soprattutto nudi, che grondavano di colore come quadri di Pollock. Lui li chiamava quadri alcolici. In tempi in cui i nudi erano spesso melodrammatici, con femmes fatales che preannunciavano le dive del cinema muto, lui dipingeva figure che quasi si scioglievano nel tumulto delle pennellate. Il nudo non esisteva più e l’unico soggetto della pittura era la pittura. Cioè il colore, la materia.

La sua era una matericità che affondava le radici nell’esperienza romantica e scapigliata dell’arte lombarda e si congiungeva con le «hautes pâtes» di Monticelli e le sprezzature degli impressionisti, senza escludere il segno veloce di maestri del passato come Hals. Il risultato era un’esperienza pittorica nuova in Italia, e forse in Europa. Ma perché alcolici? Forse per richiamare l’arte dionisiaca di cui aveva parlato Nietzsche? Ma no.

Certo, all’epoca Tosi era un lettore del Piacere di D’Annunzio, che da Nietzsche era stato influenzato, ma lui stesso, in un’intervista, ha dato una spiegazione diversa, umanissima e di disarmante semplicità, di quel periodo: «Eh, in quegli anni bevevo e avevo un’amante che mi piaceva molto. Dopo mi sono sposato…». Eppure visti oggi quei suoi quadri ci dicono ben altro che un banale stato di ubriachezza. Ci dicono di opere che anticipano di mezzo secolo certe esperienze artistiche, e infatti Tosi non volle mai esporle, anche se nel primo dopoguerra le aveva mostrate a un amico, il pittore italoargentino Emilio Pettoruti, che l’aveva spinto a farle conoscere, senza riuscire a convincerlo.

Amatissimo da de Pisis, che gli dedica alcuni quadri in cui campeggia la scritta «W Tosi», l’artista varesino era un uomo di grande generosità. Nel suo archivio, che l’Associazione Tosi ha recentemente pubblicato, troviamo le testimonianze di tanti, come per esempio Semeghini, che nel 1931 stava per sposarsi e aveva bisogno di qualche biglietto da mille. Ma Tosi era capace anche di un aiuto più difficile, quello dell’incoraggiamento sincero.

Nel 1932 Manzù, che allora aveva ventiquattro anni, gli mostra le sue opere e lo ringrazia «commosso perché ho capito che le piacciono». Ma, per non annegare nel buonismo, diciamo anche non mancano nell’archivio, more italico, le lettere di raccomandazione, come quella di Marinetti che nel 1935 chiede a Tosi, membro della Commissione Premi della Quadriennale, di far vincere un premio a Dottori. Insomma, quella di Tosi è una figura da riscoprire. Magari, di questi tempi, grazie a un sito web.

Elena Pontiggia, da Il Giornale dell'Arte numero 409, luglio 2020



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