IL MUSEO INFINITO | Museo Gregoriano Egizio

Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani. 3. L'allestimento e le opere, seconda parte

Statua della regina Tuia
Alessia Amenta |  | Roma

Alessia Amenta, curatore del Reparto Antichità Egizie e del Vicino Oriente dei Musei del papa, ci guida in un percorso attraverso le Sale del Museo Gregoriano Egizio e le sue opere maggiormente significative.

Continuando la nostra passeggiata si entra nella sala quarta, che ospita antichità egizie di imitazione, con cui si intende la produzione romana ispirata ai temi tipici dell’arte egizia, reinterpretati nel linguaggio classico, dando vita a creazioni originali.

Di grande impatto è la statua in marmo pario del dio Anubi antropomorfo con la testa di canide, ma con la veste e i calzari alla romana. Lo sfondo esotico della decorazione pittorica del museo ottocentesco contribuisce a rendere questa statua più affascinante. Nell’antico Egitto Anubi è il Signore della Necropoli, Colui che sovrintende agli Occidentali (i defunti), Colui che presiede al Luogo dell’imbalsamazione, il dio psicopompo che accompagna il defunto nell’Aldilà, e a Roma diventa Mercurio, che tiene in mano il caduceo, il bastone alato con il serpente, simbolo del dio. Nell’antica Roma, il suo culto era molto diffuso e apprezzato e, in occasione di festività in onore della dea Iside, alcuni fedeli e sacerdoti indossavano la maschera del dio; la nostra statua potrebbe anche essere interpretata con questa valenza.

Dall’area sacra del Serapeo in Campo Marzio proviene invece la statua di cinocefalo, animale sacro al dio Thot. Fu rinvenuta in epoca medievale a Roma e il nome della Chiesa di S. Stefano del «Cacco», termine romanesco che significa «macaco», ricorda la sua scoperta. L’opera fu realizzata da due artisti greci attivi a Roma, Phidias e Ammonios, come testimonia l’iscrizione in greco riportata sul lato sinistro del basamento. L’iscrizione latina sul lato destro, invece, reca l’autorizzazione, datata al 159 d.C., con la quale si concedeva di collocare la statua nel tempio.

La sala successiva, la quinta, occupa l’emiciclo posto dietro al nicchione del Belvedere, laddove era un tempo il cosiddetto Museo Egizio Attico, che raccoglieva parte del nucleo egizio settecentesco insieme ai calchi dei marmi del Partenone donati dal governo britannico.

Qui è stata raccolta la statuaria monumentale e tra le altre spicca la statua colossale in granodiorite della regina Tuia, madre del faraone Ramesse II (1290-1224 a.C.), che abbiamo etichettato come «la regina che visse due volte». L’opera era stata infatti in origine scolpita un centinaio di anni prima, durante la XVIII dinastia, con le sembianze della regina Teie, moglie di Amenhotep III (1391-1353 a.C.), e dunque usurpata e riutilizzata da Ramesse II che la dedicò alla madre Tuia. La regina, che ebbe un importante ruolo politico a corte, ricevette dopo la sua morte un culto funerario associato a quello del figlio nel cosiddetto «Ramesseo», il tempio funerario di Ramesse situato a Tebe Ovest, laddove sarebbe stata eretta in origine la statua.

Sul lato sinistro del pilastro dorsale è raffigurata la principessa Henutmira, che la breve iscrizione qualifica come «figlia reale» e «moglie reale». Ritenuta in passato una delle figlie di Ramesse II, Henutmira è oggi identificata come una delle sue sorelle, forse figlia dello stesso padre Sethi I. Secondo un’accreditata ipotesi la statua sarebbe stata portata a Roma, nei «Giardini di Sallustio», dall’imperatore Caligola, insieme alle statue di Tolomeo II, Arsinoe II e Drusilla-Arsinoe, e a una quinta statua identificata come quella del faraone Amasi conservata oggi a Villa Albani a Roma. Tutto questo nucleo statuario fu ritrovato nel 1714 nei giardini di Villa Verospi, ed entrò in Vaticano, a parte Amasi appunto, con la fondazione del nuovo Museo Egizio nel 1839.

Sempre da Tebe in due grandi babbuini in arenaria dipinta, che erano in origine posizionati nell’area del tempio del dio bambino Khonsu a Karnak, sulla riva orientale dell’antica Tebe. Rappresentano l’aspetto ipostatico del dio «Khonsu-in-Tebe», una divinità assimilata, durante il Nuovo Regno, a una forma particolare del dio Thot nella sua forma di babbuino, con valenza anche magico-oracolare nelle dinastie XXI-XXIV.

Sono state recentemente collocate in questo grande ambiente le otto statue della dea Sekhmet, antropomorfe con testa di leonessa, che si aggiungono alle tre che già erano esposte. Sekhmet è una dea importante del pantheon egizio, che si manifesta come un leone. Il suo nome significa letteralmente «La Potente» e ha un duplice aspetto: è dea guerriera, ma allo stesso tempo anche dea guaritrice e protettrice; è una divinità del deserto, un animale feroce da placare, ma allo stesso tempo un gatto mansueto. Nella mitologia egizia è la figlia del dio Sole Ra, che ella difende contro ogni possibile nemico.

Allo stesso modo Sekhmet protegge anche il faraone come una madre amorevole, ma anche come una fiera feroce. Tutte queste statue entrarono in Vaticano nel 1819, prima della fondazione del museo, su sollecitazione anche di Antonio Canova, allora Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti, auspicando ad una prospettiva a carattere universale per i Musei Vaticani: «Non già più un Museo di una sola Nazione, ma bensì il Museo del Mondo…».

Centinaia di statue della dea Sekhmet, tutte in granodiorite, provengono dal tempio funerario di Amenhotep III (1387-1348 a.C.) sulla riva ovest dell’antica città di Tebe, il più grande nel suo genere, dall’area della corte a peristilio. Ancora oggi gli scavi archeologici in questo sito continuano a ritrovare frammenti di statue di Sekhmet. Queste statue avrebbero funzionato all’interno del tempio come una grandiosa scenografica «litania di pietra», una magica protezione per il faraone contro i suoi nemici e ogni altro possibile pericolo, in occasione della celebrazione della sua festa-Sed, la Festa del Giubileo nel suo trentesimo anno di regno.

Dalla luce e scenografia della sala dell’Emiciclo si accede alla «Saletta Grassi», che fu inaugurata nel 1951 a seguito della donazione della collezione Carlo Grassi a Pio XII, come ricorda l’epigrafe ancora oggi murata al di sopra della porta che conduce nella sala successiva. Fu offerta dalla signora Nedda Mieli, vedova Grassi, in memoria del figlio Gino, caduto morto durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi sono esposti anche reperti che non appartengono a questo nucleo.

Sono esposte in gran misura statuine di bronzo, che illustrano l’articolato panorama del pantheon egizio. La datazione di questi bronzetti in generale è motivo di dibattito. Solo in alcuni casi l’esecuzione particolarmente raffinata e dettagliata della figura permette di evidenziare alcuni elementi stilistici che possono riferirsi ad un momento storico più delimitato, altrimenti è la presenza di un’iscrizione a tradire il contesto e a offrire maggiori informazioni.

È documentata proprio durante l’Età Tarda una grandissima produzione di statue di divinità in bronzo, generalmente di piccole-medie dimensioni, antropomorfe, teriomorfe o composite, a testimoniare la grande vitalità delle pratiche religiose di quel tempo. I ritrovamenti di decine di queste statuine in depositi sotterranei all’interno di un contesto templare non sono invece ancora stati interpretati in modo univoco e lasciano spazio alla speculazione.

In ogni caso si tratta di oggetti di piccole dimensioni, che divennero facilmente preda della febbre collezionistica del XIX secolo, perché facilmente trasportabili, dai costi contenuti e quindi smerciabili sul mercato antiquario anche come semplici souvernir per viaggiatori e turisti appassionati. A questa produzione di bronzetti legati alla sfera votiva individuale, a cui si ricollega anche la vasta produzione di mummie animali, che legava il singolo alla divinità in questione per ottenerne il favore. Una vetrina di questa saletta è dunque dedicata in particolare a sarcofagi di gatto sia in bronzo che in legno.

Le ultime tre sale, che nel suo primo allestimento erano dedicate ai papiri, appesi alle pareti in grandi cornici lignee in stile egizio, e agli oggetti di minori dimensioni, esposti all’interno di begli armadi anch’essi in stile egizio, sono oggi dedicate alla collezione vicino-orientale, che ha una storia più recente e altri protagonisti.

IL MUSEO INFINITO
Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani
Testi raccolti da Arianna Antoniutti

Presentazione di Barbara Jatta

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© Riproduzione riservata Uno dei due babbuini dal tempio di Karnak La Sala IV del Museo Gregoriano Egizio. L'Egitto e Roma Statua antropomorfa del dio Bes La Sala V del Museo Gregoriano Egizio. Statuario Statua del dio Anubi Statuetta di ibis. Collezione Grassi Urna per mummia di gatto. Collezione Grassi
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