IL MUSEO INFINITO | Museo Gregoriano Egizio

Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani. 1. La nascita del Museo

Alessia Amenta |  | Roma

Con il Museo Gregoriano Egizio entriamo in una delle sezioni maggiormente visitate e amate dal pubblico dei Musei Vaticani. Alessia Amenta, curatore del Reparto Antichità Egizie e del Vicino Oriente dei Musei del papa, ci illustra la nascita delle sue raccolte.

L’atto costitutivo del Museo Gregoriano Egizio è la «Relazione alla Santità di N.S. Gregorio Papa XVI sulla compera di oggetti egizi a fornimento del nuovo Museo», che il Cardinale Camerlengo firma il 27 luglio 1838. Era stato lo stesso Papa Gregorio Cappellari a ordinare di acquistare, anche con gran parte del proprio appannaggio personale di quell’anno, tutte le antichità egizie presenti a Roma in mano di collezionisti e viaggiatori e di raccoglierle nel nuovo museo, oltre a tutti i reperti egizi ed «egittizzanti» presenti sul territorio dello Stato Pontificio.

Fu un anno di acquisti frenetici e anche di una frenetica attività di lavori all’interno delle sale destinate a diventare il Museo Gregoriano Egizio, confermata da una grande mole di Conti e Giustificazioni dei Musei Pontifici conservata nell’Archivio Segreto Vaticano. Il museo, che prende il nome dal suo fondatore, venne inaugurato nel febbraio 1839, ma non c’è data certa, e si sviluppava lungo dieci sale (oggi sono diventate nove), ricavate negli ambienti dell’ex appartamento di ritiro di Pio IV al Belvedere.

L’iscrizione geroglifica che corre tutto intorno la cornice superiore della sala seconda inneggia all’operato del pontefice, che scrive il proprio nome all’interno di un cartiglio come un faraone: «La Sua Maestà, il Pontefice supremo, il munifico Gregorio, sovrano e padre dell’umanità cristiana di tutti i paesi, per far risplendere della sua munificenza la città di Roma, ha preso le figure grandi e belle dell’Egitto antico e ha fatto questo luogo…».

Il primo Museo Gregoriano Egizio si fonda su tre nuclei principali: quello settecentesco, che si lega all’entrata di statue di gusto esotico per l’allora nascente Museo Pio-Clementino, il nucleo acquistato sotto Pio VII e quello più cospicuo sotto Gregorio XVI, oltre a tutti gli oggetti prelevati dalle altre collezioni romane e quelli rinvenuti durante l’intensa attività archeologica a Roma in quel tempo. Già sotto il pontificato di Leone X Medici (1513-21), con l’arrivo della celebre statua del Nilo proveniente dall’Iseo di Campo Marzio, si era andato formando un primo nucleo di antichità egizie, che andò però accrescendosi molto lentamente e a singhiozzo fino al pontificato di Gregorio XVI.

Qual è dunque il suo carattere identitario, e come si colloca la collezione egizia vaticana rispetto alle altre grandi collezioni europee?
La collezione egizia in Vaticano è una collezione del territorio di Roma, che racconta l’Egitto e la sua recezione fuori dell’Egitto. Non nasce da scavi archeologici nella Valle del Nilo come le altre grandi collezioni europee. Nel corso del tempo si va poi accrescendo grazie a donazioni e a qualche altro acquisto. L’ultimo grande lascito risale all’anno 2000 e si deve all’esplicita volontà del critico e storico dell’arte Federico Zeri, che decise di donare ancora in vita al Vaticano un ritratto del Fayyum e una straordinaria collezione di rilievi funerari da Palmira.

L’attività e lo zelo di Gregorio ben si inseriscono in quel frenetico dinamismo scientifico, che vede la creazione delle più importanti raccolte di antichità egizie in tutta Europa nella prima metà del XIX secolo: solo per citare alcune delle più importanti, nel 1826 nasce la sezione egizia del Museo del Louvre, nel 1828 il Museo di Berlino e, poco dopo, il Museo Archeologico di Monaco di Baviera e il Roemer-Pelizaeus di Hildesheim, così come in Italia quello a Firenze e a Torino, entrambi nel 1824.

Sono gli anni che seguono la scoperta della celeberrima Stele di Rosetta, rinvenuta casualmente nel 1799 durante la campagna napoleonica in Egitto, che schiera accanto all’esercito un altro «esercito», quello dei «Savants». Il loro compito era quello di adoperarsi per il «grande inventario della Valle del Nilo», riproducendo su tavole le «Antichità», lo «Stato moderno» e la «Storia naturale». La conseguente pubblicazione di questa monumentale opera, la Description de l’Égypte, pubblicata a fascicoli tra il 1810 e il 1826, accese e entusiasmò gli animi, contribuendo alla nascita di quell’egittomania che non è mai venuta meno e si alimenta delle straordinarie scoperte in Egitto, che ancora l’altro giorno riempivano i giornali di tutto il mondo.

La successiva decifrazione della scrittura geroglifica porta la data ufficiale del 27 settembre 1822, giorno in cui lo studioso francese Jean-François Champollion diede lettura davanti al segretario perpetuo dell’Académie des Inscriptions et Belle-Lettres di Parigi, Monsieur Bon-Joseph Dacier, e a tutti gli altri membri, dei suoi risultati. Si consacra così definitivamente l’Egittologia come scienza e non più materia di «mistero».

La città di Roma partecipa di tutto questo, perché a Roma, da lunghi secoli, si parlava egiziano antico attraverso gli imponenti obelischi e i numerosi monumenti importati, oltre a quelli di imitazione: «Roma è la più egiziana di tutte le città del mondo… La Aegyptus capta, l’Egitto conquistato da Augusto, ha presto conquistato i conquistatori», come scrisse l’eminente egittologa Edda Bresciani. Molti monumenti del nucleo più antico della collezione egizia vaticana arrivarono dunque nell’Urbe per volontà imperiale, con lo scopo di abbellire edifici, santuari e ville. Svelato il «segreto» dei geroglifici, gli antichi monumenti faraonici, che per secoli avevano affascinato genti, curiosi, artisti e studiosi, non erano più «muti» e finalmente «cominciarono a parlare».

Jean-François Champollion inserì Roma nel suo lungo viaggio per l’Italia, letteralmente a caccia di antichità egizie per ricevere conferme sulla sua teoria di interpretazione dei geroglifici. Nel 1825, e poi nuovamente nel 1826, si fermò qui per studiare: «Credo difficile poter essere accolti a Roma con maggiori cortesie ch'io non abbia ricevuto, ne sono partito circondato da mille gentilezze e lascio dietro di me qualcosa che conserverà il mio ricordo in questo singolare paese». Con queste parole Champollion sottolineò la calorosa accoglienza che ricevette presso la corte di papa Leone XII, che lo ricevette in udienza privata con tutti gli onori.

Nel 1833 arrivò il pisano Ippolito Rosellini, fondatore dell'egittologia italiana, primo professore titolare di una cattedra di Egittologia nel mondo, amico e seguace sostenitore delle teorie dello Champollion sulla lingua egizia. I due ricercatori avevano insieme progettato e realizzato la cosiddetta Spedizione franco-toscana, una missione scientifica in Egitto condotta negli anni 1828-29, cui seguì la colossale opera di pubblicazione (postuma per lo Champollion, che morì nel 1832 a soli quarantuno anni), I monumenti dell’Egitto e della Nubia.

Proprio a Rosellini papa Gregorio aveva chiesto di occuparsi del primo allestimento del nuovo Museo egizio in Vaticano, ma lo studioso declinò in favore di un suo esimio discepolo, il padre barbabita Luigi Ungarelli. In occasione dell’inaugurazione del museo, Ungarelli così scrisse al suo maestro: «Il Museo Egizio non è indegno di essere visitato da un vostro pari».

Ungarelli aveva anche in progetto, in accordo con il pontefice, di coronare l’allestimento egizio in Vaticano con l’erezione dell'obelisco di Sesostri di Eliopoli al centro del Cortile della Pigna, il più antico conservato. Si sarebbe potuto approfittare di una spedizione navale pontificia, che doveva recuperare monoliti in alabastro, donati dal Khedivè d'Egitto per la Basilica di S. Paolo distrutta da un incendio del 1823. La cosiddetta «Spedizione romana» doveva però anche esplorare tutta la Valle del Nilo, fino ad Assuan, con l’intento di raccogliere antichità e documentazione di diverso genere.

Una storia poco nota ma che evidenzia particolare sensibilità e attenzione per la civiltà egizia di Papa Gregorio, che acclama i nuovi studi egittologici che sembravano confermare quanto raccontato nella Bibbia, assicurando così maggiore prestigio alla Santa Romana Chiesa.

Sopraggiunta però la morte dell’Ungarelli nel 1843, con lui svanì anche il progetto grandioso dell’obelisco in Vaticano, come ricorda anche un articolo sull'«Osservatore Romano» del 2 settembre 1945 dal titolo «Un obelisco che non giunse», che si conclude con queste amare parole: «E Roma - la città degli obelischi - restava senza il vanto di possedere la più antica di queste tipiche espressioni dell'arte e della religiosità della civiltà faraonica».

Roma e la corte papale sono dunque attori principali di questo momento straordinario in cui l’Egitto esce dal «mistero», pur continuando a rimanere una terra favolosa nell’immaginario collettivo, ancora oggi.

IL MUSEO INFINITO
Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani
Testi raccolti da Arianna Antoniutti

Presentazione di Barbara Jatta

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