IL MUSEO INFINITO | Il Museo Cristiano

Storia, opere e luoghi dei Musei Vaticani, a cura di Arianna Antoniutti

Una sala del Museo Cristiano
Maria Serlupi Crescenzi, Claudia Lega |  | Città del Vaticano

Accompagnati da Maria Serlupi Crescenzi, fino al dicembre scorso curatore del Reparto Arti Decorative dei Musei Vaticani, e da Claudia Lega, archeologa e assistente del Reparto, continuiamo il viaggio dentro il «Museo infinito» entrando nel Museo Cristiano, primo e più antico nucleo del Musei del papa.

Maria Serlupi Crescenzi: Ci troviamo all’ingresso del Museo Cristiano, ed è proprio qui che nasce il «museo» nell’accezione moderna del termine, ossia quale istituzione aperta al pubblico. In mancanza di un vero e proprio atto di fondazione abitualmente si fa risalire quella dei Musei Vaticani alla data del 1506, in concomitanza con l’ingresso del Laocoonte nell’Antiquarium di Giulio II, ma la collezione che da quel momento venne via via formandosi nel Cortile delle statue aveva carattere eminentemente privato, in quanto accessibile solo al pontefice, ai suoi illustri ospiti e agli artisti.

È invece qui, duecentocinquanta anni dopo, che si ha la prima scintilla della missione didattica e catechetica del museo. Sarà Benedetto XIV Lambertini nel 1757, con la lettera apostolica Ad Optimarum Artium, a istituire questa raccolta di antichità cristiane per lo più ritrovate nelle catacombe, seguendo l’intuizione che, attraverso questi oggetti, fosse possibile dare un fondamento reale, una radice storica alle origini del cristianesimo. I reperti esposti, dunque, non sono scelti per le loro valenze estetiche, ma per il loro valore di monumentum, di testimone.

Il primo nucleo del museo è costituito dalla collezione del cardinale Gaspare Carpegna, già Vicario di Roma e responsabile unico dei permessi di accesso alle catacombe, resisi necessari per arginare il problema dilagante della dispersione delle reliquie. Il cardinale è una figura illuminata, dal forte peso politico, e colto collezionista. Siamo in un momento storico di grande ripresa degli studi dell’Antico, e l’aristocrazia, sia laica sia ecclesiastica, afferma sé stessa anche attraverso il collezionismo.

Benché dal punto di vista storico il Settecento rappresenti un periodo complesso, e la stessa Chiesa sia travagliata da problemi politici, religiosi e da una crisi finanziaria, i papi della prima metà del secolo, Clemente XI Albani, Clemente XII Corsini e poi Benedetto XIV, non cesseranno mai di patrocinare le arti e grandiosi progetti, con l’obiettivo di assicurare all’Urbe un ruolo egemone in qualità di erede della Roma imperiale e di fulcro della cristianità. E Roma difatti diviene un centro di vita pulsante, che attrae irresistibilmente da ogni parte artisti, archeologi, collezionisti, connoisseurs, antiquari, e la tappa clou del Grand Tour per l’élite nobiliare europea.

L’intuizione di Benedetto XIV è che, al pari delle arti, anche la scienza vada sostenuta e promossa, in quanto essa concorre allo sviluppo integrale della persona umana. In questo ambito il pontefice fonda la Cattedra di fisica, di matematica e di chimica presso l’università romana La Sapienza. La sua è una visione culturale ampia, a tutto orizzonte, nell’ambito della quale rientra anche la fondazione del Museo Cristiano, in cui confluisce una congerie di oggetti sparsi, che qui assume un aspetto coerente nell’allestimento del primo istituto museale pubblico del Vaticano.

Il Museo nasce come somma di collezioni, che vengono ricevute per donazione, come quella Carpegna, che Francesco Maria Carpegna, nipote del cardinale, nel 1741 offre al papa per disposizione del lascito testamentario, oppure acquisite da insigni eruditi, come Giuseppe Bianchini, Filippo Buonarroti, Anton Francesco Gori, Francesco Vettori. Quest’ultimo dona la propria raccolta e in gli viene conferita la carica di primo curatore delle raccolte antiquarie della Biblioteca Apostolica Vaticana poi confluite nei Musei Sacro e Profano.

È un museo che nasce dunque per stratificazione progressiva, e che, sin dalla sua epigrafe dedicatoria posta sull’ingresso, chiarisce le ragioni della propria origine: «Per accrescere lo splendore di Roma e confermare la verità della religione». Varcando questa soglia, possiamo chiederci: dove ci troviamo rispetto al complesso organismo dei Palazzi Vaticani? Siamo nel cosiddetto Corridore di Ponente, un tratto rettilineo di gallerie lungo oltre trecento metri che riprende il progetto inizialedi Donato Bramante che, con quello di Levante, aveva unito il Palazzo Apostolico alla residenza estiva dei papi: il Palazzetto del Belvedere fatto costruire da Innocenzo VIII come luogo di meditazione e di riposo alla fine del Quattrocento. Circa cinquanta anni dopo, Pirro Ligorio riprenderà il concetto bramantesco sul lato opposto, andando a definire così lo spazio straordinario, scenografico del grande cortile del Belvedere, ispirato alla romanità, con la scalea centrale adorna di statue classiche e delimitato in fondo dal Nicchione con la Pigna.

Tra il 1587 e il 1589 Sisto V farà costruire da Domenico Fontana un nuovo edificio per la Biblioteca Vaticana, essendo la sede originaria assegnata da Sisto IV al piano terra nel palazzo apostolico divenuta ormai inadeguata. L’intuizione si dimostrerà felice, poiché dal monumentale Salone Sistino la Biblioteca potrà poi facilmente espandersi lungo l’intero Corridore: esso, in origine aperto, sarà via via chiuso e attrezzato per ospitare gli armadi destinati a contenere i volumi e manoscritti della Biblioteca in costante incremento.

Gli ambienti in cui ci troviamo, dislocati lungo il percorso dei visitatori in uscita dalla Cappella Sistina, e i nuclei collezionistici del Museo Cristiano di Benedetto XIV, fondato nel 1757, di quello Profano di Clemente XIII del 1761, e la Raccolta dei Doni, di pertinenza della Biblioteca Apostolica Vaticana. Per volere di San Giovanni Paolo II, sono stati trasferiti (a eccezione del Salone Sistino), sotto la giurisdizione dei Musei Vaticani nel 1999.
Vetro dorato con Pietro e Paolo con corona gemmata, in scena di concordia apostolorum, seconda metà del IV sec. d. C.
Claudia Lega: Il Museo Cristiano fu fondato, come si è detto, da Benedetto XIV (Lambertini 1740-1758) con Lettera Apostolica nel 1757, ma l’ambiente museale nelle sue forme architettoniche dovette essere inagurato già dall’anno precedente, come si legge nell’iscrizione commemorativa sopra il prospetto architettonico d’accesso. Per l’allestimento furono necessari però alcuni anni e il primo inventario sarà redatto solo nel 1762. Da esso si apprende che in origine, con un’attenzione rara per l’epoca, il Museo ospitava, oltre agli oggetti di arte paleocristiana, anche opere di età medievale.

Negli anni Quaranta del Novecento, tranne qualche eccezione, questi manufatti più tardi saranno spostati nella Sala degli Indirizzi, mentre l’antico ambiente del Museo Cristiano inizierà ad assumere il più specifico carattere di Museo dei primi secoli della cristianità. L’attuale sistemazione risale al 2006, quando si è attuato il progetto di riallestimento della raccolta archeologica a valenza «cristiana» del Reparto, circoscritta ad un arco temporale compreso tra il I secolo dell’era cristiana e la fine dell’età tardo-antica. Negli anni immediatamente precedenti si era proceduto al restauro degli armadi in radica di noce, realizzati al tempo di Benedetto XIV da Giovanni Battista Pericoli e Antonio Ravasi, recuperando l’originale colore azzurro delle ante, che fa da sfondo alla decorazione a rabeschi vegetali in giallo oro.

Nell’originaria struttura settecentesca all’interno degli armadi gli oggetti non erano sistemati sulle attuali mensole in vetro, di fattura più recente, ma in teche e cornici dorate fatte realizzare appositamente dal primo Curatore del Museo, l’erudito Francesco Vettori. Oggi, nella prima vetrina a sinistra, secondo il percorso di visita, dove una prima e circoscritta sezione introduttiva vuole rievocare nelle grandi linee l’aspetto del Museo settecentesco e i suoi criteri espositivi, si conservano alcune di queste teche e cornici in metallo dorato, affiancate da pochi esemplari delle principali collezioni che lo formarono (Carpegna, Vettori, Buonarroti e Chigi) e da alcuni falsi, ritenuti nel Settecento importati e significativi originali.

La restante raccolta, composta prevalentemente di piccoli oggetti di vita quotidiana (instrumentum domesticum) in materiale vario (vetro, avorio, argento, bronzo, terracotta, ecc.) e contraddistinta da una storia formativa diversificata (provenienza da collezione o scavo), è stata poi riordinata secondo criteri di carattere topografico e tipologico, per il materiale archeologico da contesto di rinvenimento noto, e tematico per i materiali da collezione o d’ignota provenienza. Il primo gruppo di reperti è stato suddiviso secondo i contesti di rinvenimento e distribuito nei dodici armadi al centro dei due lati lunghi della sala: le catacombe romane nelle vetrine della parete sinistra, i contesti a chiara valenza cristiana dell’Urbe, dell’area extraurbana, del Lazio, dell’Italia e dell’Orbis Romanus tardoantico (Africa, Egitto, Siria, Palestina) nelle vetrine della parete destra.

Tre armadi angolari e sei vetrine orizzontali, a carattere tematico, espongono invece i nuclei collezionistici del Museo. In primis la spettacolare collezione dei cosiddetti «vetri dorati», la più grande esistente al mondo: una produzione di maestri vetrai di elevata perizia artigianale e tecnologica, caratterizzata da preziose raffigurazioni in foglia d’oro, racchiuse tra due strati di vetro. Nella raccolta spiccano i più antichi medaglioni, con splendidi ritratti di pregiata e raffinata fattura, opera di artigiani alessandrini, che si datano al III secolo dopo Cristo. Mentre nelle decorazioni auree dei vetri più tardi (principalmente piatti e coppe), realizzati dalla fine del III a tutto il IV dopo Cristo, nelle botteghe artigiane di Roma, prevalgono le raffigurazioni ispirate alla dottrina cristiana, anche se non mancano ritratti, soggetti pagani o della piena tradizione simbolica ebraica.

Questo vasellame di lusso ci è giunto unicamente nella parte con ornato aureo, riservata ai fondi (di piatti o coppe) o a piccole bolle di vetro applicate alle pareti esterne di coppe vitree: privati, nel reimpiego cimiteriale, delle pareti degli originari recipienti, i fondi e le bolle con l’ornato a foglia d’oro venivano fissati nella malta di chiusura dei loculi catacombali a decorazione della tomba.
Vetro dorato con i leoni araldici che fiancheggiano larca della Torah
Nei vetri a tematica pagana, o comunque riconducibile alla vita quotidiana, troviamo ad esempio: scene di pugilato; un genio alato vestito di pelle di leopardo, intento nel gioco infantile del trogus (trottola); una simbolica figura di «agonotheta», con manto di porpora, preziosi calzari, due tibie e una palma in mano e, accanto, altri elementi allusivi alle vittorie nelle diverse gare (corone, maschere, ecc.) degli agoni Capitolino e Iliaco (Agon Capitolinus e Agon Solis);poi, ancora, la raffigurazione di Venere. Tra i «vetri dorati» di tradizione ebraica, si segnala il fondo con i leoni araldici che fiancheggiano l’arca della Torah e, nella metà sottostante, le due menorah, divise e affiancate da altri emblemi ebraici.

Fra i soggetti cristiani vi sono rimandi al Vecchio e al Nuovo Testamento (Adamo ed Eva, il sacrificio di Isacco, Giona, le nozze di Cana, la resurrezione di Lazzaro), oppure figure di santi e martiri, scene di traditio legis o della cosiddetta concordia apostolorum. Uno dei vetri più belli è quello, databile alla seconda metà del IV secolo dopo Cristo, con i principi della chiesa Pietro e Paolo, raffigurati di profilo e affrontati, nella scena cosiddetta di «concordia apostolorum», con corona gemmata al centro, allusiva al martirio in Cristo.

Nel cimitero Castulo sulla via Labicana fu rinvenuto dal famoso erudito romano Raffaele Fabretti, forse nel 1762, un raro fondo con ornato aureo, attribuibile a un piatto di grandi dimensioni, che, seppur molto fratturato e rovinato dalle colle settecentesche, appare di grande interesse. Ritrae un gruppo familiare, composto da una coppia di coniugi, due figli maschi e due figlie femmine: la facoltosa famiglia, doveva appartenere all’aristocrazia conservatrice dell’Urbe, in cui il paganesimo trovava il suo ultimo baluardo contro il cristianesimo ormai dilagante e imperante, come si può desumere dal ricco abbigliamento e almeno dal «ricciolo di Horus», presente sulla testa dei due fanciulli, che contraddistingue i bambini posti sotto la protezione della dea Iside.

Fra gli altri oggetti degni di nota del Museo, si annovera il kantharos in vetro turchino opaco, rinvenuto nel 1645-46 nel cimitero di S. Agnese, entrato nella collezione di Vigilio Spada e da lui donato al Papa Alessandro VII il 7 Settembre del 1655, o ancora il grande monogramma costantiniano tra le lettere apocalittiche in marmo palombino , con intarsi in pasta vitrea, della fine IV secolo dopo Cristo, ritrovato nel medesimo cimitero, che ripropone, nell’iscrizione In hoc signo, Sirici, [vinces!], incisa sul bordo circolare, le parole che accompagnavano la croce infuocata nella visione avuta da Costantino, prima della battaglia del Ponte Milvio e, nella forma, il prezioso coronamento del labaro, che condusse Costantino alla vittoria, a simboleggiare la vittoria in Cristo sulla morte di Siricio.

Un altro oggetto molto particolare, sempre dalla catacomba di S. Agnese, è il frammento di coppa in agata con un’immagine imperiale radiata di età augustea, per la quale si è supposto un utilizzo in cerimonie rituali. Questa, come pure la testa giovanile virile in pietra di luna, dal cimitero di Priscilla, probabilmente parte di un pregiato acrolito di piena o avanzata età imperiale, sono testimonianza di come anche opere di grande valore venissero utilizzate nella decorazione dei loculi catacombali.

Segnalo poi l’esemplare di «Konchylienbecher» dal cimitero di S. Callisto, una tipologia molto rara, costituita da una sorta di bicchiere vitreo decorato con animali marini, sempre in vetro, applicati sulla parete esterna, di cui si sono trovati pochi esempi anche a Treviri e a Colonia. A lungo si è pensato che questi manufatti fossero una creazione delle officine vetrarie di Colonia, ma l’alta qualità artigianale del vetro del cimitero romano ha indotto a rivedere questa affermazione e a localizzare la produzione originaria a Roma. La manifattura di Colonia sarebbe nata successivamente, proprio sulla scorta delle realizzazioni urbane. Si è inoltre ipotizzato che questi vetri non fossero coppe o bicchieri, ma lampade: lungo il bordo doveva esserci una sorta di anello di bronzo che le teneva sospese e i giochi di luce dovevano far sì che le creature marine sembrassero muoversi.

Altri importanti nuclei collezionistici del Museo sono la raccolta di manufatti in cristallo di rocca, materiale di pregio destinato ad ambienti elitari e facoltosi, e quella dei vetri incisi, la cui produzione inizia già verso la fine del I secolo dopo Cristo, ma trova il suo momento di massima fortuna nel IV secolo dopo Cristo. Un ritrovamento rilevante di piatti tardi in questa raffinata lavorazione, putroppo frammentari, viene dagli scavi, effettuati dai primi anni ’60 dell’Ottocento nella tenuta Torlonia, a Porto, nell’area di un impianto edilizio con più fasi, che oggi è stato riconosciuto essere una basilica cristiana, probabilmente la sede episcopale dell’antico centro portuale. I soggetti incisi sono vari, ma, per la pregnante dominanza cristiana, si distinguono il piatto con la Traditio Legis e quellocon la rappresentazione di Cristo forse fra le martiri ostiensi Eutropia e Zosima. Furono offerti in dono dal Principe Alessandro Torlonia a Pio IX nel 1868, assieme ad altri oggetti trovati nello stesso sito, quali lucerne, in terracotta e bronzee, e preziosi argenti.
Ampolla dal Tesoro del Celio
Un altro importante tesoro tardo antico di argenteria, proveniente dal Celio, comprende in particolare: due ampolle, decorate con i busti di S. Pietro e S. Paolo e un bicchiere con iscrizione votiva. Sempre in argento è la cosiddetta «Brocchetta Albani», dal suo più eminente possessore, il Cardinale Alessandro Albani, ornata su tre registri con i busti di Cristo e di quattro apostoli; quattro colombe ai lati di una croce; l’agnello mistico fra quattro pecore.

Oltre a questi oggetti di lusso, che rimandano alla vita e al credo delle classi elitarie, il Museo riunisce anche manufatti più comuni che documentano la quotidianità: piatti e ciotole in terracotta, contenitori in vetro, manici in osso, timbri, decorazioni di carri, lucerne in terracotta e in bronzo, oggetti da toletta o di ornamento personale (cornici di specchi, piccoli contenitori di materiale cosmetico, aghi crinali, braccialetti, anelli, gemme, vaghi di collana, fibule in oro o in smalto), placche e applicazioni, e ancora decorazioni militari in smalto o pietra dura. Oggetti minuti, trovati in catacombe oppure raccolti per la loro valenza cristiana.

Tra i reliquiari, oltre alla croce pettorale in oro e niello, da una sepoltura maschile sotto il pavimento della Basilica inferiore di S.Lorenzo f.l.m., con iscrizione profilattica in latino e greco e già contenente al suo interno la reliquia della Croce (stauroteca), si distingue per fattura e rilevanza storico-artistica la cosiddetta Capsella Africana , una cassetta reliquiario argentea, donata a Leone XIII, rinvenuta nel 1884 a Henchir Zirara, in Numidia (odierna Algeria), nei resti di una basilica paleocristiana, all’interno di una simbolica tomba in miniatura, posta al di sotto del piano pavimentale. Sul coperchio, fra due ceri accesi il martire appare in una rara iconografia, che sembra accomunarlo al Cristo: è posto sul monte paradisiaco da cui si dipartono i quattro fiumi e dall’alto scende la Manus Dei a porre sul suo capo una corona gemmata.
Capsella Africana

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