Il mondo dei minatori bambini in Fondazione Merz

Video e installazioni dell’artista francese Bertille Bak, vincitrice della terza edizione del Mario Merz Prize

Una delle opere di Bertille Bak in mostra alla Fondazione Merz
Riccardo Deni |  | Torino

Vincitrice della terza edizione del Mario Merz Prize, Bertille Bak presenta alla Fondazione Merz (fino al 22 maggio) una mostra curata da Caroline Bourgeois. Il titolo, «Mineur Mineur», suggerirebbe una ricognizione fotogiornalistica sulle condizioni dei minatori, come quella sui venditori di gamberetti del Marocco. Ma non è così. Ciò che cambia è la prospettiva impressa all’intera mostra: quella dei minuers mineurs, i bambini che lavorano nelle miniere di India (carbone), Indonesia (stagno), Tailandia (oro), Bolivia (Argento) e Madagascar (zaffiri).

All’ingresso questo scarto emotivo e formale si materializza in una giostra senza movimento, una di quelle piccole giostre a catene di paese, nota come «calcinculo». Alle spalle una quinta di animali in legno o cartapesta che sembrano osservare lo spettacolo, desolante, melanconico e ironico al contempo. Sulla destra della giostra, una fila di strutture in ferro su cui lo spettatore può salire per osservare, con la testa all’ingiù, un buco su una struttura in cartone.

È come un rito iniziatico, una tana del Bianconiglio, uno portale attraverso cui accedere al mondo altro della Bak: la rappresentazione plastica di quelle miniere, antri bui e strettissimi in cui i bambini entrano disegnando con la loro creatività infantile proiezioni giocose (rappresentate da fili di neon colorati), che presto si infrangeranno nel durissimo lavoro che li attende.

Passati da questo luogo «iniziatico» ci troviamo al centro di un palco su cui sono «eretti» quattro monitor verticali di circa due metri l’uno. All’interno i mineurs ballano, girano su se stessi, si muovono nelle miniere mescolando video reali a stralci interpretativi che riprendono le pellicole di Wes Andersen o la «Amélie» di Jean-Pierre Jeunet.

Lo scarto tra la condizione reale di questi bambini e la loro rappresentazione ci spinge oltre. L’opera e la mostra sembrano riprodurre il meccanismo mentale ideato da René Saavedra, il protagonista, realmente esistito di «No – i giorni del silenzio», quando un pubblicitario realizzò la campagna (risultata incredibilmente vincente) per il referendum sulla presidenza del dittatore cileno Augusto Pinochet nel 1988. Il creativo capì che la campagna a sostegno del «NO», contro la rielezione di Pinochet e la sua consacrazione a dittatore ad-interim, non poteva insistere sulla morte, sulla devastazione del regime.

Questo avrebbe impaurito le masse. Ed ecco che René Saavedra concepì una campagna tutta fatta di arcobaleni, persone felici che cavalcano nude puledri bianchi. Vendette un sogno: quello di una vita che inizia con un «NO». Bertille Bak come René Saavedra ci parla della vita di quei bambini mostrandoci il mondo che hanno dentro, ridisegnando ciò che li cinrconda con strumenti visivi e creativi dell’infanzia, quando il mimetismo è tutto, quando un pennarello è un aeroplano con cui evadere e viaggiare per il globo.

Bertille Bak compie un’ulteriore operazione di meta-linguaggio. Nel sottosuolo della Fondazione Merz, un lungo video di 19 minuti ci getta nelle viscere delle miniere e delle morti dei minatori in quei luoghi. È un contrappunto ruvido di quello che abbiamo visto di sopra, è la dura realtà, e lo è ancora di più se la contestualizziamo oggi, dove l’estrazione e la distribuzione di materie prime è essenziale per le economie moderne e lo stress che molti di questi mercati stanno vivendo produce effetti domino sugli approvvigionamenti, sulle economie nazionali e sull’equilibrio geopolitico mondiale.

La mostra dell’artista francese riflette dunque sull’eterna oscillazione tra sommersi e salvati senza imporre una narrazione sconfortante, ma con il solo ricorso all’immaginazione.

© Riproduzione riservata
Calendario Mostre
Altri articoli di Riccardo Deni