Il Ministro della Cultura e il suo pamphlet

Il patrimonio e la sua valorizzazione come «fattore di crescita economica e sociale»: la più efficace e pulita delle energie rinnovabili. Per un Paese inclusivo

Dario Franceschini
Daniele Malacorda |

Con la libertà che il distacco dell’età mi consente, posso dire che non c’è una riga del testo che non mi senta di sottoscrivere, sia là dove lo sguardo va oltre il cosiddetto mondo della cultura, sia quando entra nel merito dei provvedimenti assunti in questi anni. Come non concordare che la cultura è «un fattore di crescita economica e sociale», anzi «la più efficace e pulita delle energie rinnovabili»? Lo strumento «per costruire un Paese più inclusivo e accogliente [...] essenziale per la tenuta e la qualità stessa del sistema democratico»? E quindi come non condividere l’appello a superare «contrapposizioni dogmatiche che sono figlie di una visione ideologica e poco hanno a che vedere con la complessità della realtà: conservazione contro valorizzazione, cultura contro turismo, pubblico contro privato»? Creando quindi le condizioni per valorizzare il nostro patrimonio culturale custodendolo nel migliore dei modi.

Le riforme di Franceschini hanno portato alla ribalta temi un tempo circoscritti a una cerchia di soli esperti, magari a volte lontani dalla realtà. Il suo nome entrerà nei libri scolastici per lo scossone che ha dato all’impalcatura della mano pubblica nel campo dei beni culturali, dalla riforma dei Musei a quella delle Soprintendenze, da una nuova concezione della politica del turismo alla parziale liberalizzazione delle immagini del patrimonio. Per questo, per il suo coraggio, si è fatto apprezzare da molti e detestare da molti altri.

L’indice conduce da Pompei a Venezia passando per il Colosseo («Chi l’ha detto che i siti e i monumenti vanno solo contemplati, e non vissuti?»). Non trascura il tema degli archivi, pilastri di democrazia, delle biblioteche, dell’arte contemporanea, del patrimonio immateriale, dei teatri e del cinema (ci siamo accorti che dopo decenni è stata finalmente abolita la censura?).

Ma il cuore politico del testo sta nella presa di posizione netta in favore del superamento «della falsa contrapposizione pubblico-privato nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale» e in un passaggio nel quale Franceschini si confessa: «Credo fortemente nella centralità dello Stato, ma allo stesso tempo credo nel principio di sussidiarietà». E infatti segue un’interpretazione cristallina dell’art. 9 della Costituzione: «La Repubblica non si esaurisce negli organi istituzionali, nel suo apparato pubblico. È composta anche da formazioni sociali, da realtà che la società spontaneamente esprime per occuparsi di interessi generali»; e quindi «sprona anche ogni singolo cittadino a farsi carico in modo attivo e non solo contemplativo del patrimonio culturale». Parole che avrei letto volentieri nella prima pagina del libro.
La copertina del libro
Tra mille difficoltà (urge una politica di assunzioni di funzionari e tecnici), le riforme hanno portato semplificazione amministrativa e un po’ di confusione gestionale. Ma una stagione riformatrice non può durare in eterno: serve anche un’efficiente gestione ordinaria. Chi ha accolto con gratitudine le novità introdotte dai primi anni del ministero Franceschini oggi riflette su quello che a molti è parso il suo limite: non aver accompagnato a sufficienza le sue riforme coraggiose. Il cambio della situazione politica che l’Italia ha vissuto dal 2018 aiuta a comprendere, se non a giustificare, il fatto che alle tempeste sollevate dalle riforme abbia fatto seguito una bonaccia che, senza vento in poppa, ha lasciato troppi pezzi in mezzo al guado.

Le riforme di maggiore impatto (si legge nel libro) hanno avuto «il merito di aver tradotto in realtà quanto chiesto da diverso tempo». È vero, ma altre annose richieste aspettano risposta. E infatti al libro manca qualche paragrafo. Manca, ad esempio, la revisione dell’art. 88 del Codice Urbani sulle concessioni di scavo archeologico, che riconosca al sistema universitario il ruolo che ha nella formazione dei giovani e quindi una pari dignità costituzionale. Manca la modifica dell’art. 108 del Codice, che apra all’uso commerciale delle immagini del patrimonio pubblico liberando energie creative e dando risorse allo Stato attraverso la fiscalità piuttosto che con la rendita parassitaria, che oggi produce soltanto danno erariale.

L’istituzione della Digital Library può andare in quella direzione, se il nuovo istituto non troverà i maggiori ostacoli proprio dentro il Ministero. Le persistenti chiusure all’open access descrivono anche linguisticamente un paradosso in netto contrasto con l’ispirazione del libro. Qui un cambio di passo è davvero urgente (e possibile). Manca un indirizzo chiaro che dia fiato a quella «pluralità dinamica e mutevole di forme di partenariato e cooperazione» e a quei «modelli flessibili, che possano assecondare le tante energie presenti», che Franceschini ben conosce e desidera.

L’affidamento della gestione di siti non sufficientemente valorizzati ad associazioni del terzo settore, a soggetti misti, a operatori privati monitorati dalla mano pubblica, più che un auspicio dovrebbe diventare una policy del Ministero, la bussola che orienta precise linee guida di apertura e inclusione. Due cose non mancano a Franceschini: una visione positiva della realtà e la determinazione. Gli auguro presto una seconda edizione del libro, che attesti i risultati di una stagione riformatrice che abbia ripreso il suo slancio.

«Con la cultura non si mangia?»
di Dario Franceschini, La Nave di Teseo, Milano 2022, 176 pp. € 18

© Riproduzione riservata