Il futuro del restauro dipende dal futuro del Paese

Conclusi da poco i Saloni di Ferrara e di Firenze. Grandi assenti le scuole di restauro a livello di laurea magistrale, ormai una trentina fra università, accademie d’arte e soggetti privati

Il Palazzo della Camera di Commercio che ha ospitato il Salone del Restauro di Firenze
Giorgio Bonsanti |  | Firenze; Ferrara

I Saloni del restauro ci sono ancora, fanno del loro meglio, perché la situazione sicuramente non è favorevole; e nel visitarli, in questo periodo di quasi postpandemia, la curiosità era proprio di constatare come se la passavano. Da parte del pubblico dunque, per me ma immagino per tanti altri, c’era un atteggiamento di comprensione e benevolenza.

Un Salone non crea una situazione, ma la rispecchia, ne è un sintomo e una testimonianza. E allora, è impossibile valutare le due recenti iniziative di Firenze e di Ferrara se non alla luce delle criticità del momento attuale, che sono tante. C’è poi da considerare che restauro e conservazione vengono ancora comunemente percepiti come attività non strettissimamente indispensabili, non certo come quelle primarie di nutrirsi, vestirsi e procurarsi un tetto; e su questo c’è poco da discutere, chiaro che le cose stanno così.

Ma subito dopo queste necessità basilari, viene tutto ciò che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi, e dunque anche tutto quanto ha a che vedere con l’arte e i beni culturali, che gli raccontano che cosa egli è e cosa sia stato, di cosa sia capace. L’anima e il pensiero non sono tangibili, ma qualcosa debbono pur essere; e del resto uno dei compiti dei Saloni del restauro, forse il più evidente e opportuno, sta nel dimostrare al pubblico che con la cultura si mangia anche, che la conservazione è un insieme di cose che risulta remunerativo e occupazionale.

Non mi attento qui a confrontare dettagliatamente le differenze fra il Salone di Ferrara (nato nel 1991, dapprima biennale poi annuale), giunto oggi alla 27ma edizione (8-10 giugno), e quello di Firenze, molto più recente, nato nel 2009 e biennale dopo la seconda edizione (quella attuale è l’ottava; 16-18 maggio).

Ambedue negli anni hanno dovuto allargare il raggio dei loro interlocutori e degli argomenti da trattare; in relazione del resto con l’ampliamento del concetto di conservazione e restauro che si è verificato (arte contemporanea, ambiente) e che è destinato a proseguire in futuro. Quando iniziò Firenze, ci si domandava se esisteva in Italia lo spazio per un’altra iniziativa del genere oltre a Ferrara, visto che altri tentativi erano cessati dopo le prime edizioni.

Comunque anche Firenze ha attecchito; è pur vero che questa del 2022 è stata ancora un’editio minor e la rinascita, per dimostrarsi, avrà bisogno oltretutto, la prossima volta, di una sede più adatta del Palazzo della Borsa della Camera di Commercio che ha ospitato l’iniziativa quest’anno. Il nerbo del Salone è riconoscibile forse nel grande convegno internazionale Heri-Tech, sul futuro della scienza e delle tecnologie; anche se a mio parere questi convegni di scienziati risultano in massima parte altamente autoreferenziali, e occorrerebbe che procurassero un maggiore coinvolgimento di coloro che a conti fatti il restauro lo fanno per davvero.

Più ampio e frequentato dagli espositori il Salone di Ferrara; anche se è da dire che la massima parte delle attività (convegni, presentazioni) era offerta dal Ministero della Cultura. Il che va benissimo, in quanto dice delle sue attività (del resto abbastanza ovvie) nella conservazione, ma naturalmente guardandosi bene dal ricordare che da tempo non finanzia più i restauri dei beni diffusi sul territorio.

Si conferma però la difficoltà nell’ottenere per i Saloni partecipazioni significative del mondo del restauro quotidianamente vissuto, rappresentato da ditte (presenti piuttosto alcune di restauro architettonico) e privati. Ma questo è un problema comune e non recente. Piuttosto, ci si domanda come mai fossero così poche nel Salone, interessate a farsi conoscere, le scuole di restauro a livello di laurea magistrale, ormai quasi una trentina fra università, accademie d’arte e soggetti privati. Il segnale di esserci ancora e di voler resistere è stato lanciato, come anche il rilancio del restauro e dei Saloni che lo rappresentano dipenderà da quello futuro dell’intero nostro Paese.

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