Il fotografo di Burri e Marini

Aurelio Amendola, ritrattista della scultura classica folgorato dalla modernità

Walter Guadagnini |  | Pistoia

Aurelio Amendola è la dimostrazione di come la passione per l’arte e per gli artisti non conosca confini temporali e spaziali. La sua Pistoia gli dedica una meritata antologica, organizzata da Fondazione Pistoia Musei, cheattraverso oltre duecento opere dagli anni Sessanta ad oggi racconta le tappe principali di un percorso attraverso il quale il fotografo nato nel 1938 è diventato uno dei più grandi interpreti fotografici della scultura classica e uno dei grandi ritrattisti degli artisti della seconda metà del XX secolo: «Aurelio Amendola. Un’antologia. Michelangelo, Burri, Warhol e gli altri», a cura di Paola Goretti e Marco Meneguzzo, a Palazzo Buontalenti e all’Antico Palazzo dei Vescovi fino al 25 luglio.

Come lascia ben capire il titolo è un Amendola a tutto tondo quello presentato in questa occasione, è l’autore che ha iniziato fotografando i capolavori dell’arte scultorea nella sua città natale, che ha interpretato in maniera geniale Michelangelo, Bernini, Canova, ma che è rimasto folgorato sulla via della modernità dall’incontro con Marino Marini e soprattutto con Alberto Burri, destinato a diventare il soggetto di alcuni dei suoi scatti più celebri, nonché un amico vero.

Amendola ha sempre affermato di dialogare tanto con gli antichi che con i moderni, e questa mostra ne è fedele testimonianza: Michelangelo è un compagno di viaggio, mentre Warhol è un episodio, significativo ma distante per modi e sensibilità; in entrambi i casi però, la fotografia restituisce il colloquio che sempre s’instaura tra il fotografo, l’artista e l’opera.

Il risultato è una serie di icone, che nel caso dell’antico si vanno ad aggiungere a quelle originali, nel contemporaneo eternano la fugacità di un volto, o di un’opera in divenire, come nelle sequenze di Burri al lavoro.

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