Il film-architettura di Rosa Barba che riguarda Mies

Il 22 agosto riapre la Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies van der Rohe dopo sei anni di restauro con un'indagine dell'artista l’italo-tedesca sul concetto di architettura in quanto nuova forma di vita

La Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies van der Rohe
Francesca Petretto |  | Berlino

«Rosa Barba: In a Perpetual Now» s’intitola la mostra con cui il 22 agosto riaprirà la Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies van der Rohe: protagonista l’italo-tedesca Rosa Barba (1972), artista visiva apprezzatissima sulla scena internazionale, che ci racconta: «Sono stata invitata dal direttore Joachim Jäger circa due anni e mezzo fa: abbiamo discusso e pianificato insieme questa mia personale; avevamo già collaborato nel 2016 all’Hamburger Bahnhof dove avevo presentato il mio film 35mm “The Hidden Conference: About the Discontinuous History of Things We See and Don’t See” (2010) in seno alla mostra su Kirchner».

Che cosa la lega in maniera particolare a quest’opera di Mies e al suo modo di fare architettura?
Sto indagando il background di Mies Van der Rohe e del film astratto d’avanguardia: entrambi possono essere visti come reciproche fonti d’ispirazione all’interno della rete di relazioni tra architetti, intellettuali e avanguardia artistica sviluppatesi intorno ai pionieri del film astratto Hans Richter e Viking Eggeling nella rivista «G: Material zur elementaren Gestaltung», fondata nel 1923 (Mies vi collaborò nel 1923-24) e alla «Lega per il cinema indipendente» (con Mies membro del Consiglio d’amministrazione).

Ciò significa riprendere la prospettiva di Mies la cui influenza concettuale sul movimento Bauhaus ha fatto tendenza ed è spesso considerata più significativa delle sue architetture effettivamente costruite. C’è poi un suo progetto rimasto su carta ma oggetto di mostre: la Casa di campagna in mattoni (Landhaus in Backstein, 1923-24) destinata forse a Neubabelsberg. Ho tradotto la pianta di quest’opera in una struttura d’acciaio ampliata per l’architettura della Neue Nationalgalerie il cui vocabolario strutturale, che avevo già sviluppato per la rotonda dello Schirn (a Francoforte), occupa un ruolo chiave nel suo lavoro e serve da palcoscenico verticale e sovrapposto per nuove e precedenti opere cinematografiche e scultoree.

In «Blind Volumes/Landhaus in Backstein» trasferisco il principio del montaggio cinematografico in una dimensione spaziale-architettonica. La visione architettonica diventa così sia un archivio del suo lavoro che della storia da cui esso attinge. Per lo spettatore, tuttavia, l’accesso a questo archivio rimane sempre frammentario: la disposizione scultorea multistrato produce costantemente nuove prospettive mentre viene girata e percorsa, eludendo così la sua presentazione completa; le sue varie componenti diventano punti di partenza per associazioni che puntano al di là della singola opera.

«In a Perpetual Now» presenta una selezione di miei film
e sculture degli ultimi 20 anni in cui mi occupo delle condizioni mediatiche del tempo e della memoria così come delle interazioni tra forma e contenuto artistico. Il focus è sul film in quanto mezzo, materiale e metafora, dispositivo narrativo e formale per la cultura visiva di XX e XXI secolo.


Quali nuove opere presenta?
Gli elementi ritmicamente disposti nel telaio dell’ampia costruzione in acciaio servono da palcoscenico verticale e impilato per inediti e precedenti lavori filmici e scultorei come il nuovo «Plastic Limits-For the Projection of Other Architectures» (2021) in dialogo con il concetto di architettura di Mies in quanto nuova forma di vita.

Punto fondamentale di connessione è l’inclusione nello spazio tridimensionale di Van der Rohe della dimensione del tempo e il trattamento speciale che ha riservato alla luce, al riflesso e alla trasparenza. Componenti immateriali dell’architettura, la durata e la luce sono impiegati nell’opera di Mies come materiale plastico che definisce e rompe i confini spaziali e li pone in un rapporto di reciproca tensione.

L’architettura non è solo uno spazio tridimensionale ma anche un processo temporale che viene costantemente aggiornato; si costruisce nel movimento e nella percezione dei soggetti e quindi rimane mobile: l’architettura crea spazi per risonanze impreviste tra il soggetto progettante e le comunità sociali (corpi in movimento) e il loro ambiente di vita.

Un leitmotiv musicale di sottofondo funziona come elemento strutturante: la sua composizione ritmica rappresenta una partitura per osservazioni cinematografiche dello spazio urbano di Berlino, registrando le sue architetture e proiettandone di nuove.
In «Off Splintered Time» (2021) la celluloide sfugge alla sua posizione e funzione convenzionale. La narrazione si trova ora altrove: nel movimento frammentato e in loop attraverso tutti gli strati di vetro che costruiscono una scultura verticale.

Girato in 16mm nello studio di Alexander Calder a Roxbury, Connecticut, «Enigmatic Whisper» (2017) traccia un ritratto filmico di uno dei protagonisti dell’arte del XX secolo attraverso immagini di strumenti e materiali di lavoro, conservati come Calder li ha lasciati. «Enigmatic Whisper» si concentra su uno dei mobile di Calder ancora appeso al soffitto.

«From Source to Poem» (2016) è un invito a pensare agli spazi in cui la storia e la produzione culturale sono conservate per essere trasmesse alle generazioni future. Il film in 35mm sposta l’attenzione dalle opere d’arte alla conservazione degli archivi: girato al National Audio-Visual Conservation Center della Library of Congress a Culpeper, Virginia e in un enorme impianto di energia solare nel deserto del Mojave in California, giustappone immagini di produzione culturale dal più grande archivio mediatico del mondo con quelle della produzione industriale.

© Riproduzione riservata Rosa Barba, fotogramma del video «From Source to Poem», 2016 © Rosa Barba Rosa Barba fotografata da Mizuki Kin © Rosa Barba
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