Il disegno fotografico di Johanna Calle

Tra i 27 artisti nella collettiva «Siamo Foresta», organizzata da Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain, l’artista colombiana racconta il suo lavoro

Johanna Calle. Foto: Edouard Caupeil
Chiara Massimello |  | Milano

Fino al 29 ottobre Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain presentano la mostra «Siamo Foresta», realizzata con la direzione artistica dell’antropologo Bruce Albert e del direttore generale artistico della Fondation Cartier Hervé Chandès, exhibition design creato dall’artista Luiz Zerbini. L’esposizione riunisce le opere di 27 artisti provenienti dai contesti geografici più vari e da culture molto differenti.

Sesto progetto espositivo realizzato dall’istituzione francese in collaborazione con Triennale Milano, «Siamo Foresta» invita a scoprire nuovi punti di vista sulla contemporaneità. Tema comune: la necessità di ripensare il pianeta, il suo futuro e il ruolo dell’uomo all’interno del mondo che abita. All’interno della mostra, l’artista colombiana Johanna Calle presenta, tra le altre opere, il contorno etereo di un grande albero (collezione Fondation Cartier) realizzato con i testi dattiloscritti su carta notarile di una legge sulla restituzione delle terre ai contadini indigeni. In dialogo con Chiara Agradi che ha co-curato la mostra insieme a Sandra Adam Couralet e Michela Alessandrini, ci racconta il suo lavoro.

Per descrivere il suo lavoro utilizza il termine «disegno fotografico», una definizione che abbraccia l’ampio ventaglio di tecniche di manipolazione da lei adottate. Spesso, graffia la superficie di una fotografia e ne cancella una parte, alterando l'immagine originale. Potrebbe spiegarci il percorso che l’ha portato a sviluppare questa tecnica e qual è la correlazione tra disegno e fotografia nella sua pratica artistica?

Utilizzo il termine disegno fotografico per descrivere una molteplicità di tecniche, non solo una. Un disegno fotografico non è né una fotografia né un disegno. A mio avviso, un disegno fotografico rappresenta l’intersezione tra la fotografia e il disegno. Ho fatto del disegno un campo di sperimentazione allargato con diversi tipi di materiali e supporti che mi permettono di utilizzare le linee come entità volumetriche e non solo come superfici.

Un disegno fotografico non è semplicemente il risultato della manipolazione artistica di una foto d’epoca, bensì il risultato di un processo di ricerca (faccio parte di un collettivo che possiede un archivio fotografico e una collezione d’arte: l’Archivos Pérez & Calle, Bogotá, Colombia). Questa ricerca può portare alla selezione di 5 fotografie e tra queste cinque possono sceglierne 2 per valutare la potenzialità delle loro caratteristiche e decidere se possono diventare disegni fotografici. Non esiste una formula prefissata per manipolare una fotografia, occorre considerare l’immagine stessa e le sue caratteristiche.

Ogni fotografia d’epoca reagisce in modo diverso alle emulsioni, alle superfici e anche il tipo di carta utilizzata è molto diverso. Io utilizzo strumenti odontoiatrici impiegati nella chirurgia maxillo-facciale e strumenti per la chirurgia cranica. I miei strumenti rappresentano l’estensione naturale dei processi che sviluppo.

Nel mio libro Photo Graphias, edito da RM e Toluca a marzo 2020, si può intravedere la molteplicità delle tecniche di manipolazione, delle tematiche, dei risultati e delle metodologie di ricerca applicate ai miei disegni fotografici. Anche se questo è un libro di 522 pagine, ho sempre la sensazione che manchi qualcosa! La mia sperimentazione con gli archivi fotografici è in continua evoluzione.

Interviene spesso sulle fotografie aeree di zone forestali per denunciare la devastazione, lo sfruttamento o il controllo di un territorio, attribuendo una forte dimensione politica al suo lavoro. Come sceglie le fotografie su cui intervenire?

Le fotografie aeree d’epoca sono uno dei principali capitoli della nostra branca di ricerca e delle nostre acquisizioni. Sono documenti nei quali confluiscono interessi politici, militari, tattici e di altra natura.

Le fotografie aeree trovano ampio utilizzo a livello territoriale, non solo come strumento per identificare confini, ma anche per mappare i corsi d’acqua, per stabilire l’altitudine dei rilievi montuosi e per le topografie che, altrimenti, mancherebbero di prospettiva e precisione da terra. Concettualmente, le fotografie aeree d’epoca sono state rivoluzionarie.

La logistica di una spedizione finalizzata alla realizzazione di fotografie aeree d’epoca è, di per sé, l’esempio dell’imprenditorialità dei fotografi e delle macchine fotografiche che catturavano sequenze di immagini sfidando il tempo e la velocità, di piloti esperti che rischiavano condizioni meteorologiche avverse per realizzare gli scatti dai loro velivoli.

Le attrezzature e le fotografie aeree d’epoca richiedevano ingenti investimenti e, pertanto, sono merce rara.
La mia pratica artistica è anche il risultato di intense discussioni sui materiali e sugli archivi con mio marito Julio Pérez N.. Diversi anni fa, abbiamo iniziato ad acquistare fotografie aeree colombiane. Siamo consci del fatto che sono state scattate decenni fa e, molto probabilmente, il terreno è stato ormai trasformato dalla natura o dall’intervento umano. In un certo senso, sono immagini idilliache di qualcosa che non c’è più.

Abbiamo cercato fotografie aeree d'epoca non solo in Colombia, ma anche a Lima, in Perù, dove abbiamo acquistato un grande archivio del 1930 dell’Amazzonia peruviana, che confina con l’Amazzonia colombiana. Siamo stati anche in Ecuador in cerca di fotografie aeree d’epoca e a Quito abbiamo trovato e un grande archivio della regione di Iquitos, una zona forestale di frontiera al confine con la Colombia, non facilmente identificabile, né da terra né dal cielo.

Negli ultimi vent’anni siamo riusciti a reperire e fotografie aeree in Messico, Guatemala, Costa Rica, Brasile e Argentina. Siamo interessati principalmente al Centro e al Sud America, poiché condividono un vissuto politico e caratteristiche territoriali simili. Nel mio studio di Bogotà c’è una stanza dove conserviamo una grande varietà di oggetti e migliaia di fotografie d’epoca in bianco e nero. La chiamiamo «la banca delle immagini» ed è anche una camera delle meraviglie per scopi di ricerca. Mi piace catalogare le fotografie aeree in base al luogo, alla data e ai soggetti come: fiumi, altopiani, scogliere, zone costiere, insediamenti umani.

Inoltre, conservo vari tipi di strumenti (odontoiatrici, ottici, trapani e bulloni antichi), tessuti, oggetti inusuali, aghi e fili, carta e pellicole fotografiche non esposte, polaroid e vecchie cartucce. Nel nostro archivio, tra gli oggetti destinati alla scrittura, abbiamo anche diverse macchine da scrivere e nastri d’epoca. La «banca dei materiali» non è altro che una collezione «latente» in attesa di essere trasformata da una decisione creativa che prendo interamente da sola. È lì che trovo tutti i tipi di fonti per le mie opere d'arte, posso trovare materie prime e informazioni su diversi argomenti.

«Yavari 1» (2019) di Johanna Calle. Foto: Toluca Editions
Vi è un legame tra l’atto di cancellare la superficie fotografica e la distruzione della foresta? Gli alberi che realizza sul paesaggio fotografico esistente possono essere interpretati come un invito a disegnare, a rimodellare il nostro paesaggio e il nostro futuro?

Taglio con strumenti chirurgici ciò che penso sia «chiassoso» all’interno di un’immagine e tengo ciò che deve essere conservato: una linea, il contorno di un oggetto, il vuoto da intendersi come silenzio.

Tralascio i dettagli letterali o non necessari per dare visibilità ad altri particolari, per esaltare il cuore dell’immagine. Definisco la sua essenza solo dopo aver fatto delle ricerche sull’immagine stessa. Su mille fotografie, scelgo solo quelle capaci di innescare un’idea. Mi servo di questi processi per svelare ciò che si cela sotto un’immagine.

Una volta, un archeologo mi fece notare che il mio gesto era assimilabile all’atto di scavare per portare alla luce ciò che deve essere ancora dissotterrato. Guardo attraverso la superficie di una fotografia e scopro un’immagine sottostante. Non realizzo mai disegni slegati da ciò che è rappresentato nella fotografia.
La matericità della carta fotografica è anch’essa un aspetto che tengo presente quando realizzo un disegno fotografico. Ogni tipo di carta, a seconda della marca e del periodo in cui è stata prodotta, ha delle caratteristiche proprie e il processo di manipolazione non può sempre essere replicato su altri tipi di carta.

Talvolta devo ricorrere a uno strumento diverso, a una determinata temperatura o a una reazione chimica capace di alterare l’immagine per ottenere il risultato sperato. Gli alberi che disegno sulle fotografie aeree non sono alberi immaginari. Seleziono con cura gli alberi autoctoni che crescono nei territori raffigurati nelle fotografie aeree. Le specie endemiche sono le più vulnerabili ai cambiamenti di temperatura o umidità e possono sopravvivere solo in ecosistemi fragili.


Che cos’è la foresta per lei e che spazio ha nella sua pratica artistica?
Per me, la foresta pluviale (l’Amazzonia) è un luogo sacro e allo stesso tempo pericoloso. Entrare nella foresta significa entrare in un regno sconosciuto dove si può essere inghiottiti da specie in continua crescita e cambiamento. Credo che sia una terra sconosciuta, un continente a sé, abitato da specie ancora sconosciute, da classificare scientificamente.

La foresta è un luogo dove il silenzio non esiste. Di notte e di giorno, creature invisibili sussurrano ed emettono i loro sofisticati richiami. La prima volta che mi sono recata a Leticia, un porto fluviale nell’Amazzonia colombiana, sono rimasta folgorata dall’immensità della foresta. Dall’aereo, i fiumi sembravano serpenti scintillanti immersi nel suolo acquatico che sopravvivevano al dominio di piante e alberi. Si dice che la foresta amazzonica sia una roccaforte di attività illegali.

I gruppi guerriglieri, così come i paramilitari, si rifugiano nella vastità di questo territorio apolide. I trafficanti di esseri umani e i sequestratori ne approfittano per nascondere i sequestrati sapendo che è improbabile che le autorità li troveranno. Il traffico di fauna selvatica è una pratica comune e illegale come gli scavi minerari abusivi. La polvere da sparo e la dinamite sono spesso usate come forma indiscriminata di pesca.

Il mercurio viene versato a valle per estrarre l’oro dal letto dei fiumi. Gli atti illeciti passeranno inosservati, resteranno impuniti, e quasi nessuno sarà ritenuto responsabile di alcun crimine. La foresta è un nascondiglio per fuorilegge e criminali. Qualsiasi tentativo di regolamentare un territorio incommensurabile è futile poiché domina l'impunità. Tuttavia, la foresta con la sua vastità e la sua apparente impenetrabilità è impotente dinanzi a roghi e devastazione.

Alberi centenari vengono bruciati per lasciare il posto alla costante minaccia della frontiera umana. Le coltivazioni abusive, l’espansione degli insediamenti, il bestiame, la devastazione e l’abbattimento degli alberi per fini di lucro avanzano a ritmo sostenuto. Nonostante la sua monumentalità, la foresta è soggiogata all’agire predatorio dell’uomo e alla voracità dell’umanità.

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