Il Caravaggio poco placido di Placido

Nei cinema esce «L’ombra di Caravaggio». Michele Placido, regista, sceneggiatore e attore, commenta il suo film sugli ultimi dieci turbolenti anni di vita del grande artista

Michele Placido. Foto Luisa Carcavale
Elisabetta Oropallo |

Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio (1571-1610) è forse il più cinematografico dei pittori. Artista geniale e tormentato si è sempre ribellato alle regole imposte dal Concilio di Trento sull’arte sacra, dipingendo i volti del popolo, e più spesso dei più umili ed emarginati, nelle sue tele di tema religioso. Uno tra i più talentuosi attori e registi del panorama italiano, Michele Placido, 76 anni, è stato affascinato sia dall’artista che dall’uomo e la storia tormentata del grande pittore dal 3 novembre viene rappresentata nelle sale italiane col titolo «L’ombra di Caravaggio», un film di produzione franco italiana che ha richiesto 4 anni di lavorazione, tra Napoli, Roma, Ariccia e Viterbo. Il film narra gli ultimi dieci anni di vita di Caravaggio: la prigionia, il dolore, la sregolatezza, gli amori spesso ambigui, ma soprattutto il grande genio. Placido, che del film è regista, sceneggiatore e interprete, ne spiega la nascita e l’evoluzione.

Come mai ha deciso di realizzare un film su Caravaggio? Com’è nata l’idea?
Una primissima idea è nata quando, nel 1970, frequentavo l’Accademia Nazionale di arte drammatica a Roma. Nelle pause, con i miei colleghi, trascorrevo molto tempo a Campo de’ Fiori dove c’è la statua di Giordano Bruno, contemporaneo di Caravaggio; la sua vicenda accendeva molti dibattiti. Lì è iniziato un processo di maturazione, studio e approfondimento che negli anni è poi sfociato in questo film. Originariamente volevo scrivere un testo teatrale, una sorta di processo a Caravaggio, ma in seguito, insieme a Sandro Petraglia (sceneggiatore anche di «Romanzo Criminale», 2005, dello stesso Placido, Ndr) è diventata una sceneggiatura per il grande schermo.

Caravaggio è stato a lungo incompreso. Per caso è un’esperienza che anche lei, che ha scelto di identificarsi in lui, ha vissuto?
No. Io invece devo ammettere di essere stato molto fortunato: in Accademia ho avuto ottimi maestri che mi hanno compreso. Caravaggio è stato a lungo dimenticato e messo in secondo piano ed è stato riportato alla luce negli anni ’30 da Roberto Longhi, il grande storico dell’arte che lo riabilitò completamente. Longhi patì che il mondo avesse dimenticato Caravaggio, non riusciva a comprendere le ragioni di questo oblio.
Riccardo Scamarcio nelle vesti di Caravaggio. Foto Luisa Carcavale
Nel film lei presenta moltissime opere: «I Bari», la «Testa di Medusa», «San Matteo», «Amor Vincit Omnia», «La conversione di san Paolo», la «Madonna della serpe», «La morte della Vergine». Ma qual è il suo quadro prediletto?
Sicuramente «La morte della Vergine». Da quando avevo avuto la fortuna di vederla al Louvre. È qualcosa di incredibile. La Vergine aveva le sembianze di una prostituta, Anna, che Caravaggio volle rappresentare morta, distesa su un tavolo di legno e circondata dalle persone della strada che la piangevano. Senza angeli, né ascensione al cielo, come si usava nell’iconografia classica dell’epoca. Il volto della Vergine era quello di una peccatrice e questo, per la Chiesa della Controriforma, fu un affronto imperdonabile.

Nel film la scena è molto toccante: Anna, la prostituta che amò anche Caravaggio, in preda a follia e disperazione, si suicida gettandosi nel fiume. Caravaggio va a recuperarne il corpo, lo trasporta al suo studio e lo adagia su un tavolaccio di legno. Lì verrà lavata, vestita e, come in un set allestito per l’occasione, circondata dagli amici che ne piangono la scomparsa. Il quadro di Caravaggio è straziante e dolcissimo insieme. Barboni, donne di strada, uomini di malaffare sono tutti rappresentati in questa immagine iconica e sacra; l’artista ci dice che non ci sono solo i santi a rappresentare il dolore e il martirio, ma anche e soprattutto le persone che appartengono al popolo, che emergono dall’infimo della società.

Placido, conferma? È evidente che quella scena l’ha molto colpita.
Caravaggio non era solo un pittore, era un regista: amava la messa in scena, aveva una sua troupe, sceglieva i personaggi dei suoi quadri. Quindi, con Sandro Petraglia ci siamo immaginati per «La morte della Vergine» proprio la scena che si vede nel film. Caravaggio era un mistico, sapeva Vangeli e Bibbia a memoria, però nei suoi quadri inseriva gli ultimi.

Un personaggio molto attuale che ricorda Pierpaolo Pasolini: la stessa attenzione per gli esclusi, per le persone desolate sperdute nelle strade. Un tema che ha sempre trovato nella cinematografia un territorio espressivo straordinariamente idoneo. Il film di Placido non potrà che rinforzare in un pubblico ancora più vasto la già fortissima attrazione che la figura, la vita e le opere di Caravaggio già ottengono nei musei e nelle mostre d’arte.

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