I santi francescani di Pietro Domenico Ollivero ritrovano luce e colori

A conclusione del restauro le sei opere del pittore piemontese del Settecento sono visibili nel Duomo di Torino, prima di tornare in permanenza nel Museo Diocesano

«San Salvatore da Horta risana gli infermi» di Pietro Domenico Ollivero (part.). Foto Alessandro Bazzocco
Redazione |  | Torino

Sono state restaurate sei tele del pittore piemontese Pietro Domenico Ollivero (1679-1755) che erano custodite nell’antichissima Chiesa francescana di San Tommaso a Torino. Dopo un attento ripristino, a cura di Riccardo Moselli, fino all’11 febbraio sarà possibile ammirarle nella navata laterale destra del Duomo.

Le opere, che in origine erano undici, furono commissionate al pittore nel 1731 e raffigurano storie di santi francescani. Ne restano solo sei che negli anni hanno subito vicende complesse, così come la chiesa che le custodiva. Prima dell’intervento di restauro, durato un anno e conclusosi a fine 2023, le tele risultavano quasi illeggibili, annerite e consunte. Due illustrano la vita di san Francesco d’Assisi: «L’estasi del Santo» e «Francesco che muta l’acqua in vino con in lontananza il capitolo delle stuoie»; le altre rappresentano «San Salvatore da Horta che risana gli infermi», «San Giovanni da Capestrano alla liberazione di Belgrado», «Il miracolo della mula di sant’Antonio da Padova» e «Sant’Antonio da Padova che predica ai pesci».

L’autore dei dipinti è uno dei più importanti bamboccianti italiani, la cui vita fu segnata da una grave invalidità. Già nel censimento di Torino del 1705 risulta che fosse storpio: soffrì infatti dalla nascita di una lussazione congenita delle anche, che gli rese la deambulazione possibile solo con il bastone e gli impedì lo sviluppo degli arti inferiori. Dotato di spiccata vena ironica, spiritoso e intelligente, seppe esorcizzare la malattia autoritraendosi nella sua deformità in molti dipinti e disegni, che permettono di coglierne l’effigie dalla prima giovinezza sino alla vecchiaia (anche in una di queste tele si è autoritratto, elegantemente vestito di rosso con lo spadino in mano e il suo inseparabile cane).

Protetto da Vittorio Amedeo II, Ollivero preferì ai soggetti aulici le affollate strade e le piazze di Torino; studiò i caratteri soprattutto dei ceti più umili, da cui trasse costante ispirazione per le sue opere. Artista assai stimato dalla corte e dalla nobiltà, lavorò ininterrottamente fino al termine della vita, realizzando una vasta quantità di dipinti. Pietro Mellarède, ministro degli interni di Vittorio Amedeo II, fu uno dei suoi primi estimatori, ma tutte le più importanti famiglie della nobiltà e della borghesia piemontese collezionarono sue opere. Il suo prestigio fu favorito anche dall’appoggio del primo pittore di corte Claudio Francesco Beaumont, che usava consultarlo spesso, e del potente ministro Carlo Vincenzo Ferrero d’Ormea che gli commissionò fino alla morte (1745), decine di dipinti e che gli fu amico personale.

Il pittore, che fu anche ottimo disegnatore e scherzoso poeta, progettò scenografie per il Teatro Regio e fornì disegni per intarsi all’ebanista Luigi Prinotto. Ollivero fu il più autentico testimone e interprete della civiltà del Settecento piemontese, della quale seppe far rivivere usi, costumi, moda, cucina, sentimenti. Amico personale dei frati della Chiesa di San Tommaso (sulla sua tomba si fece scrivere «Pax Vobis», la frase che era incisa sulle porte o sulle pareti dei conventi francescani), venne da loro scelto per la realizzazione di questo ciclo pittorico.

I frati desideravano inserire i quadri come sovrapporte della nuova sacrestia dove era stato sistemato a inizio Settecento un pregevole mobilio. Come ha spiegato Riccardo Moselli: «Le opere erano state già oggetto di un intervento a inizio ’900, ma senza rimuovere una precedente verniciatura ormai ingiallita. Il mio lavoro di pulitura e rimozione dei vecchi strati ha permesso di ridare i reali contrasti cromatici pensati da Ollivero. I cieli ad esempio, ormai verdi o marroni, hanno riacquistato luminosità ed evidenziato la gamma di azzurri originali. Nelle fasi di pulitura in alcuni quadri è emersa la firma di Ollivero».

Il lavoro di ripristino è stato possibile grazie al sostegno della Fondazione CRT e sotto il controllo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana di Torino.

L’esposizione, che permetterà per la prima volta di vedere i quadri da vicino opportunamente illuminati, è fruibile fino all’11 febbraio negli orari d’apertura del Duomo; successivamente le opere saranno portate al Museo Diocesano per esservi esposte in modo permanente. In programma nel periodo d’apertura della mostra, il 7 febbraio alle ore 17.30 in Duomo, un incontro con Arabella Cifani, storica d’arte e collaboratrice del Museo Diocesano, studiosa di Pietro Domenico Ollivero, per approfondire la storia delle preziose tele.

© Riproduzione riservata Autoritratto di Pietro Domenico Ollivero
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