I naturalia di Giacomo Soffiantino

Cinquanta opere dell'artista alla Fondazione Ferrero di Alba per ricostituire la sua montaliana Wunderkammer «fra oggetto e indefinito»

«Sera nel bosco» (1997) di Giacomo Soffiantino, Archivio Soffiantino
Franco Fanelli |  | Alba

Una recente mostra allestita alla Whitechapel Art Gallery di Londra ha esplorato un tema rimasto cruciale anche nell’arte del XX secolo, quello del rapporto tra artista e atelier. Un rapporto che ha conosciuto le sue crisi, anche prima della diffusione della pittura en plein air, come hanno documentato Wouter Davidts e Kim Paice in un saggio del 2009 (The Fall of the Studio. Artists at Work) quando correnti legate all’arte installativa concepita per luoghi specifici o alla Earth Art o al Concettualismo hanno collocato all’esterno delle mura dell’atelier il luogo di creazione dell’opera o hanno radicalmente mutato la funzione dello studio. Ma che per altri artisti, da Bacon a Warhol al primo Bruce Nauman è rimasto fondamentale, sia pure sotto diverse concezioni di ciò che deve essere un luogo di lavoro e di elaborazione delle idee.

Per Giacomo Soffiantino l’atelier sulla precollina torinese, un piano terreno dalle vetrate liberty, era di volta in volta un set, uno spazio di lavoro, un luogo dell’anima e del silenzio, dove l’artista torinese (1929-2013) allestiva la sua privata Wunderkammer costituita quasi esclusivamente di «naturalia». Un repertorio in cui predomina ciò che evoca un montaliano sentimento alimentato da gusci di conchiglia, nidi vuoti, radici, ossi di seppia. Ma lo studio era anche il luogo dove l’artista decantava l’emozione dell’incontro diretto con la natura, laddove i tronchi di un bosco, lo zampillare di una sorgente, l’improvvisa, araldica apparizione di un rapace notturno si tramutavano in ritmi grafici e partiture compositive che sino alla fine non perdettero il loro potere evocativo.
«Omaggio a Rembrandt» (1966) di Giacomo Soffiantino, Archivio Soffiantino
Una mostra in corso sino al 30 giugno presso la Fondazione Ferrero di Alba riapre le porte di quello studio in cui viveva il mondo di «Soffiantino tra oggetto e indefinito» (questo il titolo scelto dai curatori Luca Beatrice, Michele Bramante e Adriano Olivieri). Cinquanta le opere esposte, a tracciare un percorso la cui prima maturità si colloca nell’ambito del neonaturalismo teorizzato da Francesco Arcangeli e che negli anni Cinquanta è tangenziale alle correnti informali. Soffiantino, come i suoi compagni di strada di allora, i torinesi Ruggeri e Saroni, in quel periodo non abbandonò mai il referente figurativo, seppure limitandosi a farlo affiorare dalle densità materiche dei suoi oli.

Riteneva di avere sbagliato a scegliere come docente all’Accademia il pittore Cesare Maggi, ma il magistrale uso delle variazioni di bianchi e di grigi in quelle prime opere devono molto, come ha notato il critico Pino Mantovani, ai paesaggi nevosi del suo maestro. Il repertorio figurativo si farà più evidente nei primi anni Sessanta, in dipinti concepiti come «evocazioni simultanee» di brani di natura, in riquadri pittorici collegati per analogia, nel senso poetico (e non esente da lontani echi simbolisti) dell’espressione. Una vicenda, quella di Soffiantino, che tra i suoi padri ispiratori annovera Licini e Motherwell, Nicolas de Staël e Bacon, Hartung e Sutherland (visti nelle memorabili stagioni espositive della Galleria Civica torinese e delle gallerie private negli anni ’50 e ’60), ma anche un genius loci come Mario Calandri, e quest’ultimo non solo per la pur nutrita produzione incisoria.
«Luce e terra» (2006-2011) di Giacomo Soffiantino, Archivio Soffiantino
In un’intervista con Francesco De Bartolomeis, curatore di una precedente antologica di Soffiantino (alla Sala Bolaffi di Torino nel 2002), l’artista toccò i temi centrali del suo lavoro, tra i quali «il senso della rinascita», e soprattutto il contrasto «tra la notte che ha visibilità come rivelazione e la luce che ti porta in piena realtà non per sicure conoscenze. Il contrasto è dominato dall’enigma».

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