I Morozov tornano a Parigi

La Fondation Louis Vuitton espone l’eccezionale collezione costituita da Mikhail e Ivan Morozov all’inizio del XX secolo. Il percorso dei due fratelli appassionati della modernità

Guitemie Maldonado |  | Parigi

Dopo aver presentato la collezione di Sergej Schukin, mostra che tra il 2016 e il 2017 ha conosciuto un grande successo di pubblico, accogliendo 1,3 milioni di visitatori, la Fondation Vuitton ospita ora un’altra grande collezione russa, quella dei fratelli Morozov, con 200 capolavori d’arte moderna che viaggiano per la prima volta al di fuori della Russia.

I due filantropi, Mikhail (1870-1903) e Ivan (1871-1921) Morozov, facoltosi eredi di una casata di industriali tessili, riunirono, anche grazie al consiglio di mercanti parigini come Paul Durand-Ruel e Ambroise Vollard, una delle collezioni più prestigiose al mondo d’arte impressionista, postimpressionista e moderna francese e russa.

Vi figurano più di 250 opere, dipinti di Cézanne, Gauguin, Van Gogh, Picasso, Derain, Renoir, Sisley, bronzi di Rodin, Claudel e Maillol, decori monumentali di Bonnard e Denis, oltre a 400 quadri moderni della scuola russa di artisti come Serov, Golovin, Sarian o Konenkov. Le opere dei Morozov entrarono nelle collezioni nazionali russe nel 1918 e sono oggi esposte tra il Museo Puškin di Mosca e l’Ermitage di San Pietroburgo.

Curata da Anne Baldassari, ex direttrice del Musée Picasso di Parigi, la mostra «La collezione Morozov. Icone dell’arte moderna», rinviata di un anno a causa della crisi sanitaria, è ora in programma dal 22 settembre al 22 febbraio, con l'inaugurazione il 21 alle 18.30. Il clou della visita è probabilmente il decoro del Salone della musica realizzato per la dimora di Ivan Morozov a Mosca, che lascia per la prima volta l’Ermitage. Comprende sette maestosi pannelli commissionati a Maurice Denis nel 1907 sul tema del mito di Amore e Psiche e quattro sculture di Maillol.

La storia dei fratelli Morozov
Della persona che fu Ivan Morozov rimane un ritratto dipinto da Valentin Serov nel 1910, che presenta l’industriale-collezionista come «un europeo molto elegante e curato, con l’aspetto di un deputato alla moda o di un recente banchiere che si interessa all’arte e compra, consigliato, opere modernissime per nasconderle al più presto secondo le regole del bon ton».

Il critico d’arte Abram Efros, suo contemporaneo, descrive bene in questo commento l’immagine che caratterizza il ritratto: quella di un notabile affermato e potente, legato agli artisti più innovativi del loro tempo. Lo troviamo così in posa a un tavolo, su cui si appoggia con entrambi gli avambracci, davanti all’impressionante natura morta «Frutta e bronzo» commissionata ad Henri Matisse per la moglie Dossia e oggi conservata al museo Puskin (Mosca).

Con quest’opera, inviata a Mosca non appena fu realizzata, si afferma l’acume delle scelte di Morozov e così la sua reputazione cresce rapidamente nel mondo dell’arte moderna: una figura di primo piano, benché riservata, la cui collezione, messa insieme in una decina d’anni a partire dal primo viaggio a Parigi nel 1903, rivaleggiava per qualità e valore con quella di Sergej Schukin, di quasi vent’anni più anziano di lui.

Se quest’ultimo l’ha un po’ eclissato, malgrado la somiglianza dei loro percorsi e nonostante avessero in egual misura contribuito al prestigio del «secolo d’argento» moscovita (1890-1914), è probabilmente perché egli incarnava un modello di collezionista più eccentrico, guidato dall’entusiasmo, mentre Morozov si mostrava, al contrario, più razionale, paziente, persino tenace, quando doveva acquistare un’opera su cui si era intestardito.

Nelle sue memorie pubblicate nel 1921, Efros li ha messi a confronto: «[…] da Schukin, le celebrità parigine della pittura si presentavano come se dovessero andare in scena, tutti agghindati e agitati, mentre da Morozov arrivavano più tranquillamente, con un atteggiamento più intimo, più trasparente. Morozov cercava scrupolosamente da un nuovo pittore quello che voleva solo lui; infine sceglieva e introduceva le sue “preziose correzioni”».

Due fratelli, un cerchio
La storica dell’arte Natalia Semenova, dopo lunghe ricerche, ha potuto tracciare la storia della famiglia e della collezione Morozov. È risalita fino al bisnonno, Savva Vassilievich Morozov (1770-1860), servo della gleba che aveva conquistato la libertà e che con sua moglie, proveniente da una famiglia specializzata nella tintura dei tessuti, fondò la Società tessile di Tvier. Questa fece l’immensa fortuna delle generazioni a venire e finanziò le eccezionali collezioni di opere d’arte costituite dai bisnipoti, Mikhail Abramovich (1870-1903) e Ivan Abramovich (1871-1921).

Oltre a questi mezzi economici considerevoli, servivano loro una cultura e una fibra artistica sostenute dalla loro madre, Varvara Alexeevna Morozova, nata Khludova (1848-1917). Dopo la morte del marito nel 1882, Varvara assunse la direzione dell’impresa e diresse fabbriche che impiegavano fino a 13mila operai, consacrò parte della propria fortuna a opere di beneficienza e soprattutto aprì uno dei salotti più stimati di Mosca, dove passò tutta l’«intellighenzia» del tempo: scrittori, artisti e professori.

I ruoli furono ben presto spartiti fra i due figli maggiori: il primo, versato nelle scienze e nelle arti, avrebbe studiato al liceo e all’università, mentre il secondo, una volta conclusi gli studi in chimica presso l’École Polytechnique di Zurigo, si sarebbe occupato degli affari di famiglia. Entrambi appresero a disegnare e dipingere e, se Mikhail fece qualche tentativo pur mediocre di scrittura, Ivan, pur avendo molto amato dipingere negli anni dei suoi studi, vi rinunciò per rifiuto della mediocrità, accontentandosi di «entusiasmarsi per il lavoro di altri».

Fu Mikhail, il maggiore, ad aprire a entrambi la strada del collezionismo, negli ultimi anni del XIX secolo: dapprima cercò, con qualche difficoltà, di acquistare opere di grandi maestri, poi si interessò alla pittura di genere, infine si orientò verso l’arte moderna e si stabilì sul mercato parigino contemporaneamente a Schukin, a partire dal 1989. La sua collezione, costruita in solo cinque anni, colpiva per il suo eclettismo: raccoglieva artisti sia russi che francesi, da Mikhail Vroubel ai postimpressionisti. Nella primavera del 1903, poco prima della sua prematura scomparsa, con la mediazione della galleria Bernheim-Jeune, fece la sua ultima acquisizione: il ritratto della cantante Yvette Guilbert di Henri de Toulouse-Lautrec.

La «primavera francese» a Mosca
L’ultimo soggiorno a Parigi di Mikhail fu anche il primo di Ivan, come un simbolico passaggio di testimone. Insieme i due fratelli visitarono il Salon della Société Nationale des Beaux-Arts e gli eventi collaterali che fecero scoprire a Ivan l’arte moderna e instillarono in lui l’amore per la Francia. Durante questo soggiorno, Ivan comprò la «Gelata a Louveciennes» di Alfred Sisley da Durand-Ruel, che l’anno seguente gli vendette il «Ritratto di Jeanne Samary» di Auguste Renoir, primo capolavoro impressionista di una delle più importanti collezioni d’arte moderna al mondo, formata tra Parigi e Mosca. A partire dal 1904, Ivan Morozov soggiornò a Parigi due volte all’anno, frequentando il Salon des Indépendents in primavera e il Salon d’Automne. Nei dieci anni seguenti, raccolse 308 opere di artisti russi e 188 di pittori stranieri.

Per fare ciò, si affidò a una serie di consiglieri, spesso artisti (Sergej Vinogradov era il più regolare, al quale si accostavano occasionalmente Igor Grabar e Valentin Serov), e di galleristi, tra cui Paul Durand-Ruel e Ambroise Vollard, dal quale acquistò non meno di quindici tele di Paul Cézanne, uno dei suoi artisti preferiti. Al Salon d’Automne del 1904, Vinogradov notò che Cézanne era «di un’altra epoca, di un’altra mentalità». Quanto al «Caffè di notte» di Vincent van Gogh, comprato nel 1908, ispirandosi al poeta Ossip Mandelstan rifletteva: «Non ho mai visto del colore che abbaia in questo modo». Con le successive acquisizioni di Pissarro, Sisley, Renoir e Gauguin, la collezione Morozov contribuì a rendere Mosca all’inizio del XX secolo «la città di Gauguin, Cézanne e Matisse», secondo l’artista e storico Alexandre Benois.

Per accogliere questa collezione, l'industriale convertì gradualmente in una galleria l'hotel privato in via Pretchistenka che occupava dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento. Consacrando il piano terra agli artisti russi (Alexandr Golovin, Constantin Korovin, Mikhail Larionov, Natalia Goncharova, Marc Chagall) e il primo piano ai francesi, completò poi la trasformazione dell’edificio commissionando due progetti decorativi: uno a Maurice Denis per il salone della musica, l’altro a Pierre Bonnard per il pianerottolo dello scalone.

«Il Mediterraneo» di Bonnard arrivò a Mosca con «Il Marocco» di Matisse e il «ricordo della primavera greca, o senza dubbio piuttosto francese», che Émile Verhaeren sentiva nelle tele di Denis. La collezione suscitò l’ammirazione del critico Sergej Makovski: «La città di Mosca può, a giusto titolo, essere fiera della “galleria francese” di Ivan Abramovich Morozov in via Pretchistenka. Poche collezioni possono reggere il confronto con essa, non solo in Russia, ma in tutto l’Occidente. Ecco un museo di pittura infinitamente prezioso, indispensabile a qualsiasi esperto d’arte moderna…»

© Riproduzione riservata Auguste Renoir, «Ritratto di Jeanne Samary» o «La Reverie», 1877 (particolare). Musée des Beaux Arts Pouchkine, Moscou Valentin Serov, «ritratto di Ivan Morozov», 1910 Vincent van Gogh, «La Mer aux Saintes-Maries», 1888. Musée des Beaux Arts Pouchkine, Moscou
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