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I messaggi dalle alture di Lawrence Abu Hamdan

L'artista giordano sfrutta la peculiare acustica di una valle del Golan per lavori audiovideo

Lawrence Abu Hamdan, «This whole time there were no landmines», 2017, Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie. Donazione Baloise Group, veduta dell'installazione Maureen Paley, Londra 2017. © Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Lawrence Abu Hamdan. Cortesia Maureen Paley, Londra

Berlino. Anche quest’anno Hamburger Bahnhof dedica come da consuetudine una mostra personale a uno dei due artisti vincitori del Baloise Art Prize di cui acquista sempre anche un’opera a scelta per la sua collezione.

Nel 2018 il premio (30mila franchi svizzeri a testa) è stato conferito, nella cornice internazionale di Art Basel, a Suki Seokyeong Kang e a Lawrence Abu Hamdan, ed è proprio quest’ultimo a presentare alcune sue opere a Berlino dal 26 ottobre al 9 febbraio in una mostra che ne porta semplicemente il nome «Lawrence Abu Hamdan». Il giovane artista del sonoro (Giordania, 1985) si dedica quasi esclusivamente al tema della frontiera e alle sue ripercussioni fisiche ed emozionali sulla vita delle persone che la subiscono.

La sua principale installazione audio-video «This whole time there were no landmines» (2017) occupa una posizione centrale in seno all’esposizione: il lavoro si basa su registrazioni sonore, video e fotografiche effettuate con telefoni cellulari sulle Alture del Golan (dal 1967 territori occupati da Israele).

L’artista ha giocato con la particolare acustica di una precipua zona delle Alture nota come Shouting valley o Shouting hill proprio per l’effetto amplificatore di voci e suoni dovuto alla sua specifica topografia. Prima della nascita dei telefonini la popolazione locale divisa dall’occupazione se ne serviva per scambiarsi informazioni: Abu Hamdan le ha registrate nel 2011 durante uno scontro fra dimostranti arabi e militari israeliani; completano la mostra altre opere fra cui le due «In Conflicted Phonemes» (2012) e «Disputed Utterance» (2019).

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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