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Mostre

I luoghi fatali di de Pisis al Museo del Novecento

Oltre 90 dipinti dalle collezioni dei musei italiani e da collezioni private

«L’archeologo» (1928) di Filippo de Pisis, Genova, Galleria d’Arte Moderna. Comune di Genova - Musei di Nervi - Galleria d'Arte Moderna © Filippo de Pisis by SIAE 2019

Milano. Sono passati quasi trent’anni dall’ultima grande mostra di Filippo de Pisis (1896-1956) a Milano. Allora si tenne a Palazzo Reale, ora è il Museo del Novecento a dedicargli un’ampia rassegna, curata da Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon e prodotta da Milano-Cultura, dal museo stesso e da Electa.

Intitolata «de Pisis» (dal 4 ottobre al primo marzo prossimo a Milano, poi nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps), la mostra, che riunisce oltre 90 dipinti, ha attinto alle collezioni dei maggiori musei italiani e di importanti collezioni private, e ha scelto di muoversi lungo la linea più lirica della sua produzione, ponendo al tempo stesso attenzione ai luoghi che elesse a «luoghi fatali», come li chiamava lui: Milano, Roma, Venezia, il Cadore, Parigi e Londra.

Il percorso, cronologico, si apre con il 1919, quando il «marchesino pittore» (che era anche poeta) esordisce in pittura nella sua Ferrara, dove aveva da poco incontrato Giorgio de Chirico e Carlo Carrà, di stanza lì con l’esercito, e aveva condiviso con loro i modi della metafisica.

Lo segue poi lungo tutta la sua vita d’artista, fino agli anni ’50, quando fu ricoverato più volte nella casa di cura psichiatrica Villa Fiorita, nei pressi di Milano, la città dove morirà. In mostra scorrono così vibranti vedute urbane e paesaggi montani, nature morte e poetiche «nature morte marine», e i ritratti che spesso dedicò ai giovani che frequentava.

Ecco allora, fra gli altri, la «Natura morta isterica» del 1919, di collezione privata, «Le cipolle di Socrate», 1926, del Museo di Grenoble, il «Gladiolo fulminato», 1930, dalle collezioni ferraresi, e il «Ritratto femminile», 1950, della Pinacoteca di Brera. Ovunque, dall’arrivo a Parigi in poi, un tratto abbreviato, stenografico, che alla fine si diraderà, lasciando ampi, malinconici spazi di vuoto.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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