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I due primati assoluti di FMR

Primo inventore di un brand editoriale e massimo connaisseur purovisibilista, Franco Maria Ricci è stato un grande couturier della carta stampata

Franco Maria Ricci nel Labirinto. © Yann Monel

Tra le molte commemorazioni giustamente encomiastiche pubblicate dopo la morte di Franco Maria Ricci, il 10 settembre, a Fontanellato, all’età di 82 anni, una si distingue tra tutte, anche per il suo finissimo autore, tra i più competenti di ricercatezze editoriali. Su «Il Sole 24 Ore» Stefano Salis ha scritto un elogio iperbolico di ammirazione profondamente sentita e del tutto condivisibile. Trascriviamo: «portatore di bellezza», «titanica espressione di qualità», «iridescente personaggio», «rabdomante della bellezza», «capitano di lungo corso unico nei campi intatti della grazia», «un inno di proporzione, regolarità, armonia, esattezza, gusto», «gigante dell’estetica». Come dire di più e meglio?

Franco Maria Ricci è stato nel secolo scorso il più bravo e inventivo editore d’arte non solo italiano, ma del mondo. Ed è stato egli stesso anche il miglior diffusore della qualità di quanto (moltissimo) durante tutta la sua vita ha realizzato. Il suo portamento, l’eleganza e la distinzione dei suoi abiti ricercati, il suo tratto, le espressioni del suo bel volto che confermavano la nobiltà della sua origine non potevano adattarsi meglio alla professione personalissima che si era disegnato su misura.

Tra questo giornale e questa casa editrice e la sua memorabile rivista «FMR» e la sua casa editrice, pur tanto diversi ma complementari, intercorreva una reciproca spontanea ammirazione e una stima convinta ostentatamente ricambiate.

Per una volta rinunciamo a enumerare ancora tutte le sue opere memorabili e alla presuntuosa ambizione del nostro giornale di rimanere tra dieci, venti, cinquant’anni, quando la carta moderna sarà polvere, il testimone più attento, completo e attendibile degli eventi e delle persone più rilevanti di questo tempo. Cerchiamo invece di sintetizzare il «tecnicismo» dell’operato di Ricci, al di là del fascino della sua persona per quanto così intimamente legato, come abbiamo detto, al suo successo.

Dotato di un intuito estetico acutissimo, di una curiosità inesausta tradotta in continuo aggiornamento culturale (e relazionale), di una vitalità creativa esuberante quasi incontrollabile quanto una febbre, di un gusto innato e coltivato e perfezionato instancabilmente, di un indomabile impulso al possesso (il collezionismo) e al fare (le creazioni editoriali e poi il labirinto di bambù di Masone, a Fontanellato, e la sua architettura neoclassica), Franco Maria Ricci ha introdotto per primo nell’editoria mondiale la sua fondamentale invenzione: il brand editoriale, basato sulla scelta di un colore (il nero), di un carattere (il Bodoni, del geniale creatore saluzzese ma naturalizzato parmense come lui: «non avrebbe potuto sperare un migliore erede», ancora Salis), di uno stile grafico rigorosissimo e controllato minuziosamente da lui stesso, artigiano meticoloso di ogni spazio e filetto e colore. Un couturier editoriale degno di Chanel e Dior.

Della sua stessa strapotente personalità editoriale (ogni imitazione rivela inesorabilmente la sua assenza) è stato la prima vittima. Un’editoria così raffinata richiedeva uno squisito mecenatismo, venuto a mancare il quale (oltre le risorse di famiglia che vi aveva profuso), era stato costretto a smettere la rivista inimitabile e ad alienare l’inalienabile: la casa editrice. E ne aveva perfino ristretto l’espansione dell’attività presso gli ambiziosi e numerosi committenti industriali, perché l’assoluta predominanza stilistica del prodotto e la forza del creatore annacquava e di conseguenza riduceva la legittima rilevanza dello sponsor.

L’altra dote che gli deve essere riconosciuta è l’essenzialità del suo rapporto con l’arte. Franco Maria Ricci voleva l’esaltazione della bellezza artistica in quanto tale, il dominio prepotente e intransigente dell’immagine, il primato dell’opera e della sua contemplazione mai sottomessa ad alcuna condizione se non il margine della carta. Nei suoi libri d’arte le riproduzioni delle opere sempre nella dimensione massima avevano la priorità indiscussa, esclusiva, intoccabile. L’altro suo record personale che desta l’incondizionata ammirazione di chi scrive era dunque il purovisibilismo del quale è stato il massimo, sublime profeta.

Purovisibilismo e brand editoriale sono state le grandi incomparabili e prioritarie imprese, i capolavori, le personali conquiste che rendono unico e memorabile Franco Maria Ricci nella storia dell’editoria e della comunicazione dell’arte.

Carlo Accorsi, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020



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