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Mostre

I cortocircuiti di Chen Zhen

All'HangarBicocca 20 grandiose installazioni nell’attesa retrospettiva dell'artista cinese

Un particolare di «Purification Room» (2000) di Chen Zhen. Cortesia Galleria Continua. © ADAGP, Parigi. Foto di Sebastiano Pellion di Persano

Rinviata dalla primavera, si apre il 15 ottobre in Pirelli HangarBicocca l’attesa retrospettiva di Chen Zhen «Short Circuits» (fino al 21 febbraio) curata da Vicente Todolí, che ha riunito in 5mila metri quadrati oltre venti grandiose installazioni realizzate nel suo ultimo decennio, dal 1991, quando si accostò alle pratiche installative, al 2000, anno della morte.

Chen Zhen (Shanghai 1955-Parigi 2000) ha alimentato il suo lavoro con una costante commistione tra Oriente e Occidente, convinto com’era della fecondità della contaminazione simbolica e culturale nel processo creativo. Di lì scaturivano i «cortocircuiti» evocati nel titolo, capaci di attivare nell’opera significati inattesi e nascosti.

Al centro della sua ricerca, il corpo umano: scopertosi malato di anemia emolitica a 25 anni soltanto, Chen Zhen prese a riflettere sui processi di malattia e guarigione e volle fare del suo lavoro un atto terapeutico, purificatore. Esemplare la grandiosa installazione del 2000 «Jue Chang, Dancing Body-Drumming Mind (The Last Song)» che, fatto raro nel suo lavoro, può essere animata da performer: sedie e letti di Paesi diversi ricoperti di pelli di mucca sono percorsi da danzatori che evocano pratiche della medicina tradizionale cinese.

Malattia e guarigione sono al centro anche di «Purification Room», 2000: un interno domestico interamente rivestito di argilla disseccata si offre come paesaggio apocalittico in cui vibrano, però, segni di rinascita.

Alla trasformazione della Cina in società capitalista e alla sua repentina modernizzazione sono dedicati tre lavori del 1996-97, «Fu Dao/Fu Dao, Upside-down Buddha/Arrival at Good Fortune», sulla perdita della spiritualità; «Prayer Wheel-Money Makes the Mare Go (Chinese Slang)» e «Daily Incantations», con i 101 orinali che rammentano la pratica antica della pulizia mattutina dei recipienti, allusiva a processi di igiene fisica e «mentale» (come quello inflittogli nell’infanzia della quotidiana lettura del Libretto rosso di Mao).

Il percorso si chiude con «Jardin-Lavoir» (2000): un simbolico «giardino della purificazione» in cui raccogliersi in meditazione.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020



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