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Opinioni

Ho ritrovato Democrito in riva al Caspio

Esplorazioni e trouvailles di Marco Riccòmini, giramondo storico dell’arte

Una carta geografica della regione del Mar Caspio e un busto raffigurante Democrito

Sorride beffardo, gli occhi sgranati e la bocca storta in un ghigno. Democrito avrebbe da ridere se fosse in terra, qui con noi («si foret in terris, rideret Democritus», scriveva Orazio nelle Epistole), anziché smarrito in un corridoio del Museo Nazionale d’Arte dell’Azerbaigian di Baku, dove lo trovai, qualche estate fa. Cavato dal marmo da mani gemelle a quelle dell’angaranese Orazio Marinali, un tempo in coppia, come ci si aspetterebbe, con un busto di Eraclito piangente, finito chissà dove.

Riderebbe «a vedere come l’incrocio inconsueto di pantera e cammello o un elefante bianco attirino gli sguardi della folla; ma osserverebbe più attentamente la gente che la scena, perché lo spettacolo che offre sarebbe senza dubbio più interessante» («seu diversum confusa genus panthera camelo sive elephans albus volgi converteret ora; spectaret popolum ludis attentius ipsis»). Gran viaggiatore (lui sì, per quei tempi), pare si spinse fino in Oriente e in Egitto, dove forse soggiornò per qualche tempo, e poi anche ad Atene, dove però nessuno lo riconobbe, o così sembra che raccontasse con ironia egli stesso.

Sorriderebbe, l’atomista di Abdera, a vedere la desertica Penisola di Absheron, dove adesso dimora, trasformata in un Boogie Wonderland, tra trivelle petrolifere, vetrine di griffe internazionali, scintillanti Flame Towers e indù adoratori di Earth, Wind and Fire (ma anche dell’abi, ossia dell’acqua), pellegrini all’Ateshgah (la «Casa del Fuoco»), altare zoroastriano al centro di un recinto pentagonale, la cui fiamma, oggi alimentata artificialmente, brucia ancora ai margini della città.

Il tempo non sempre cancella ogni cosa, come testimonia il petroglifo graffiato sulla pietra nel Qobustan (a un’ora da Baku) da Lucio Giulio Massimo, centurione della XII Legione «Fulminata», sopravvissuto a dispetto della damnatio memoriae inflitta al suo imperatore, Dominus et Deus, Tito Flavio Domiziano. Forse, anche di questo, dell’inanità dell’opera umana (e dei suoi sforzi per correggere la storia e lasciare una traccia del proprio passaggio) riderebbe oggi il saggio filosofo presocratico, dimenticato e ritrovato un giorno d’estate sulle rive del Caspio.

Marco Riccòmini, da Il Giornale dell'Arte numero 399, luglio 2019


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