Giulio Romano: designer, ma solo per i Gonzaga

I suoi bizzarri oggetti d’arte decorativa ebbero un enorme potere promozionale presso le corti europee. Nessun argento è sopravvissuto, ma ora in mostra vediamo le riproduzioni realizzate da Factum Arte

«Il banchetto presso Siface» (1650-1665 ca), di Geraert van der Strecken (notizie dal 1647 al 1677), su disegno di Giulio Romano. Roma, Collezioni del Quirinale, Generale della Presidenza della Repubblica. Foto G. Schiavinotto, Roma
Ada Masoero |  | Mantova

La stagione espositiva 2022 di Palazzo Te, posta sotto il segno di «Mantova: l’Arte di vivere», che ha esordito nel marzo scorso con la rassegna «Corami di corte» sui parati di pelle decorata, si chiude con la mostra «Giulio Romano. La forza delle cose» (dall’8 ottobre all’8 gennaio, catalogo Marsilio), curata da Barbara Furlotti e Guido Rebecchini: uno spettacolare viaggio attraverso l’attività di Giulio Romano in veste di «designer» di oggetti capaci di creare un’immagine abbagliante per i signori di Mantova.

La sua fu, infatti, una creatività sbrigliata e vasta, che copriva innumerevoli ambiti: «dal cucchiaio alla città», come avrebbe affermato (sebbene in ben altro contesto) Ernest Nathan Rogers nel famoso enunciato del 1952. Per Federico II Gonzaga, Giulio Romano (1499-1546) non solo progettò e poi decorò con i celeberrimi affreschi e con un prezioso apparato decorativo il palazzo di delizia che ospita la mostra ma realizzò pezzi di arti decorative capaci di stupire anche Giorgio Vasari che, in visita nel 1541 a Palazzo Te, vide la «credenza» della Sala di Amore e Psiche, carica di oggetti di alta rappresentanza per la tavola, e la citò per ben due volte nelle Vite.

Consapevoli del potere promozionale di questi oggetti presso le altre corti europee, i Gonzaga apposero una sorta di copyright sulle sue invenzioni, che fino alla morte del maestro rimasero gelosamente custodite ma che dopo la sua scomparsa, avendo il figlio Raffaello venduto all’orefice mantovano Jacopo Strada (poi diventato antiquario imperiale) la raccolta dei disegni di Giulio, presero a circolare per l’Europa, influenzando per l’intero Cinquecento il gusto delle corti di Madrid, Fontainebleau e Praga.

La mostra prende le mosse proprio da quella mirabolante «credenza», convocando da grandi musei internazionali i progetti di «design» nei quali Giulio dava sfogo alla sua fantasia bizzarra e inesauribile (talora anche giocosa), popolandoli di motivi classici, imprese gonzaghesche, elementi naturali e figure mitologiche, metamorfiche e mostruose.

A Palazzo Te giungono eccezionalmente da Praga alcuni fogli del Codice Strahov, l’album appartenuto a Jacopo Strada, qui esposti per la prima volta dopo il restauro, ma insieme alle invenzioni di Giulio designer sono in mostra anche i progetti di oggetti d’argento e oro di altri maestri del Rinascimento, da Michelangelo (qui, il disegno della saliera per il duca d’Urbino) a Francesco Salviati, a Girolamo Genga, accompagnati da una selezione di dipinti e di oggetti preziosi italiani ed europei del Cinquecento, come lo scudo di Carlo V, con relativo disegno di Giulio Romano, presentato con un suo raro dipinto raffigurante «Alessandro Magno in armi» e con preziose armature coeve.

Nella sezione sui banchetti, un arazzo (su disegno di Giulio) che raffigura appunto un sontuoso convivio e, in chiusura, quattro progetti giulieschi accostati alle repliche tridimensionali realizzate da Factum Arte. Molti pezzi d’oro e d’argento di quel tempo sono andati perduti, fusi per aggiornarli al nuovo gusto o per battere moneta, così nessun argento di Giulio Romano è giunto sino a noi: «Nessuna pretesa di sostituire gli originali perduti, precisano da Palazzo Te, ma queste repliche ci aiutano a comprendere il grande impatto visivo delle creazioni giuliesche e le ragioni della sua fama internazionale come designer di oggetti per la tavola».

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