General Idea al Gropius Bau

Si preannuncia come la più grande mostra sul trio mai realizzata, con oltre 200 opere e la stretta collaborazione di Bronson

«P is for Poodle» (1983-89) di General Idea
Francesca Petretto |  | Berlino

AA Bronson, al secolo Michael Tims (Vancouver, 1946), pioniere della pratica artistica collaborativa queer e della prima arte concettuale-mediatica, unico sopravvissuto dello storico trio canadese General Idea, è tornato a far parlare di sé: nel giugno 2022 la National Gallery of Canada ha lanciato una grande retrospettiva del lavoro del celebre gruppo di cui era stato fondatore insieme a Felix Partz (1945-94) e Jorge Zontal (1944-94).

Lo Stedelijk Museum Amsterdam ne ha recentemente ospitato un’antologica e il berlinese Gropius Bau si appresta a metterne in scena una terza, estensione di quella prima canadese, fino al 14 gennaio 2024, intitolata semplicemente «General Idea», che si preannuncia come la più grande retrospettiva sul trio mai realizzata, con oltre 200 opere dalla fine degli anni Sessanta ai primi Novanta.

Tutte e tre queste mostre sono state curate dagli specialisti dei tre musei ospitanti in stretta collaborazione con Bronson che ha ripreso a rilasciare interviste e a raccontare la fenomenale storia del suo gruppo artistico. General Idea fu fondato a Toronto nel 1967, operando a lungo tra il Canada e New York e rimanendo ufficialmente attivo fino al 1993 quando i tre artisti si concessero un ultimo anno insieme prima della morte per Aids di Partz e Zontal.

Il loro trentennale sodalizio è diventato un modello per generazioni di artisti e continua a esercitare un’influenza importante sul lavoro di molti, o forse di tutti, perché General Idea ha abitato e sovvertito forme di cultura popolare e mediatica che noi oggi diamo per scontate: l’automitologia per esempio, il modo di comunicare autoreferenziale e autolegittimato, modello per molti deliri non necessariamente artistici, almeno non in senso stretto, che infestano oggi le piattaforme social.

Il loro intento era quello di raggiungere un pubblico più vasto e così decisero di passare dalle gallerie d’arte e dai musei alle edicole: così potevano arrivare ai più diversi tipi di persone e al contempo mettere in discussione la produzione, la distribuzione e il consumo di immagini attraverso una grande varietà di media.

Nel farlo utilizzavano strategie perlopiù umoristiche e satiriche, per attirare l’attenzione su vari aspetti della cultura del consumo e dei mass media, delle disuguaglianze sociali, dell’identità queer, dell’industria artistica, passando attraverso diverse stagioni, l’ultima interamente dedicata alla crisi dell’Aids con circa 75 progetti temporanei di arte pubblica.

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