Franco Fontana ci ha insegnato a vedere il Colore

Al My Art Museum di Seul in un’imponente antologica 122 opere di vari formati del maestro modenese

«Basilicata» (1995), di Franco Fontana
Valerio Tazzetti |  | Seul

La notizia è una delle migliori dell’ultimo decennio per la fotografia italiana e ci fa provare un moto di profonda soddisfazione ed immenso orgoglio: il modernissimo My Art Museum di Seul, nel cuore di Gangnam-Gu, dedica un imponente tributo ad uno dei pionieri e maestri della fotografia internazionale a colori, Franco Fontana. Una grande antologica con 122 opere di vari formati, realizzate fra il 1960 ed il 2022, accompagnata da un sontuoso catalogo con oltre 300 immagini, le prestigiose introduzioni di Taegeun Yi, Presidente del Museo, Federico Failla, Ambasciatore d’Italia in Sud Corea, Michela Linda Magrì, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura e i preziosi contributi critici del professor Gabriele Accornero e della curatrice Tina Han.

Per l’evergreen Franco Fontana (Modena, 1933), giunge la meritata conquista di una nuova frontiera in Oriente, di una nuova platea di pubblico attento ed affamato di arte occidentale, dopo il grande apprezzamento che il suo lavoro aveva già riscosso in uno dei Paesi più ordinati, civili ed efficienti del mondo, tradizionalmente legato alla cultura del segno, il Giappone, dove nel 1992 il Tokyo Metropolitan Museum gli aveva dedicato un’antologica e lo aveva nominato tra i 23 fotografi che avevano cambiato il modo di vedere.

L’ampia ed innovativa rassegna suddivisa in 4 grandi sezioni ha inoltre il merito, per nulla scontato, di presentare molti inediti dell’autore, storicizzando alcune fasi e intuizioni poco conosciute della sua incessante sperimentazione: si esordisce con la celebre serie del «Paesaggio Naturale», che lo ha fatto apprezzare già a partire dai primi scatti degli anni ’60, per proseguire con i coevi «Paesaggi urbani», e la successiva, determinante scoperta delle metropoli americane alla fine degli anni ’70, mentre nella sezione del «Paesaggio umano», confluiscono le prime immagini con una comparsa antropica, dapprima gruppi e masse di gente, brulicanti sulle spiagge o nelle città, poi presenze individuali, misteriose, repliche attuali dei personaggi di Edward Hopper, per concludere con l’estrema sintesi cromatica dei frammenti urbani della serie «Asfalti» e la geniale e liberatoria invenzione visiva delle «Autostrade», riprese in corsa dall’automobile, negli anni ’70.

Sempre alla ricerca di una visione ideale, attraverso la creatività ed il colore, il suo motto, quasi un mantra, ce lo ricorda: «La fotografia creativa non deve illustrare, riprodurre, ma interpretare, rendendo visibile l’invisibile».

Il colore e la forma sono il vero soggetto per Fontana, laddove significano sublime sintesi visiva, armonia compositiva, sensazione fisiologica, interpretazione psicologica delle emozioni.

Se come sostiene McLuhan «il medium è il messaggio» e vogliamo considerare il binomio inscindibile “forma/colore” come il medium di Fontana, possiamo comprendere come tutto il processo creativo si identifichi per lui nell’estrazione di tale contenuto dal caos della realtà circostante.

Ricordo che un giorno, mentre scattava per le strade di New York, alla ricerca di geometrie e campiture nascoste, in mezzo al traffico asfissiante e alla gente frenetica, mi disse: «Vedi, un conto è scattare fotografie a colori, lo fanno in molti; un conto è fotografare il Colore!». Cercava ancora una volta il significato ultimo di quell’elemento primario, protagonista assoluto della nostra percezione ed esistenza. Insomma, come diceva Cartier Bresson: «L’occhio, il cuore e la mente sulla stessa linea di tiro»: la regola aurea dell’arciere Zen applicata alla fotografia.

Così Fontana ci ha insegnato a vedere il Colore, ci ha mostrato la gioia di vivere, vedendo diversamente, traghettando la fotografia del ’900 verso una nuova frontiera; una dimensione unica ed onirica, astratta e pittorica, che, non a caso, è stata accostata all’Espressionismo astratto di Rothko e Tobey, all’Arte Informale di Poliakoff, all’Hard-Edge Abstraction o a Ed Ruscha o ancora alle visioni metafisiche di De Chirico e Carrà.

Solitario e individualista, nella sua formazione e ricerca, il tarlo insistente della sperimentazione lo aveva già intaccato alla fine degli anni ’60 quando aveva respirato l’aria fresca che circolava in Emilia, frequentando un gruppo di artisti visivi di matrice concettuale (Franco Vaccari, Luigi Ghirri e Franco Guerzoni, per citare i più illustri) che sentivano, come lui, la necessità impellente di un rinnovamento dei codici di rappresentazione, dopo l’eredità della fotografia neorealista italiana.

In seguito, ognuno di loro ha sviluppato in modo autonomo e a volte opposto la propria evoluzione artistica e Fontana, allargando la propria frequentazione a molti fra i più grandi maestri internazionali del XX secolo, intrattenendo con loro rapporti duraturi e scambiando regolarmente idee ed opere (collezione poi felicemente donata allo Fmav di Modena), ha ampliato enormemente la propria fama e considerazione come testimone della fotografia di ricerca.
Missione di ricercatore visivo che prosegue ancora oggi in altra forma: come docente, attento ai nuovi linguaggi, soprattutto nelle giovani generazioni, che stimola e asseconda con passione, in giro per il mondo.

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