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Pare incredibile, ma a 46 anni dall’acquisto da parte dello Stato del settecentesco Palazzo Citterio, per realizzare il progetto «Grande Brera» (ideato dall’allora soprintendente Franco Russoli), e a 43 dall’inizio della prima campagna di recupero (avviata nel 1975 dallo stesso Russoli con gli architetti Ortelli e Sianesi, dopo innumerevoli stop e ripartenze), l’11 aprile è stato presentato alla città Palazzo Citterio restaurato (a commento, una mostra fotografica e un volume Skira) e ne è stata annunciata la consegna alla Pinacoteca di Brera, dopo i collaudi, per il prossimo giugno.
Al tavolo dei relatori, con il sindaco Giuseppe Sala, figurava lo Stato maggiore, presente e passato, del Mibact, dalla sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni a Carla Di Francesco, Caterina Bon Valsassina, Marco Minoja, Antonella Ranaldi, Alberto Artioli (autore, con Annamaria Terafina, dell’ultimo progetto preliminare) e, con loro, Lorenzo Ornaghi, che da ministro dei Beni culturali, nel 2012, finanziò con fondi Cipe il progetto poi appaltato nel 2014 dalla Bon Valsassina, e gli architetti Amerigo Restucci (Iuav di Venezia), coordinatore del progetto definitivo ed esecutivo vincitore della gara, e Giovanni Carbonara (La Sapienza, Roma), consulente per il restauro.
Mancava, al tavolo dei relatori, James Bradburne, direttore generale della Pinacoteca di Brera. A smorzare, con encomiabile fair play, lo stupore dei presenti è stato lui stesso che, dalla platea, ha dichiarato di non aver voluto prendere la parola perché giunto a Brera solo due anni fa. Ora però toccherà a lui e al suo staff il compito di fare di questo edificio, al momento alquanto algido, un museo accogliente e «amico» com’è ora la Pinacoteca storica.
A ogni considerazione sui risultati va premesso che l’edificio, destinato a ospitare nei suoi 6.500 metri quadrati le collezioni del Novecento (Jesi, Mattioli, Vitali), le mostre temporanee, i depositi della Pinacoteca (ma sembra che aperture e montacarichi non siano sufficienti per movimentare le opere più grandi), gli uffici e vari servizi, è stato oggetto, nel solo dopoguerra, di molti interventi, che lo hanno snaturato.
In esso si sommano le memorie di quand’era un palazzo residenziale (con stucchi e modesti dipinti sui soffitti, una «saletta pompeiana» e il bagno marmoreo dei Citterio); poi quelle della sua prima, pesante trasformazione in museo (Ortelli, Sianesi); in seguito, negli anni Ottanta, quelle dell’intervento di James Stirling, reso possibile dalla Fondazione San Paolo di Torino grazie agli Amici di Brera, per finire con l’attuale progetto Artioli e Terafina.
Utopistico, quindi, pensare che si potesse ricucire in un’immagine unitaria un puzzle tanto eterogeneo. Minoja, Restucci e Carbonara, con la soprintendente Antonella Ranaldi, hanno scelto un restauro filologico, rispettoso di tutte le stratificazioni, valorizzando i volumi «brutalisti» di Stirling nelle sale ipogee e nella ruvida scala d’accesso che conduce a esse dal cortiletto rococò, conservando gli interventi «alla Beaubourg» degli anni ’70 e recuperando le (meno che mediocri) decorazioni e porte del piano nobile.
Sono stati poi realizzate l’ingombrante ma necessaria scala a forbice, in luogo di quella non più a norma del progetto Ortelli e Sianesi, e nuove solette che però «tagliano» le finestre verso il cortile. Restaurato anche il giardino (confinante con l’Orto Botanico di Brera), dove troveranno posto sculture di Mimmo Paladino. La sfida era obiettivamente impervia e se, vuote e nude come sono ora, le sale appaiono alquanto inospitali, è prevedibile che con le opere cambieranno il loro volto. E comunque, finalmente, Palazzo Citterio c’è.
Il cortile di Palazzo Citterio a Milano. Foto Maurizio Montanga
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