Filo rosso dantesco nei Musei Vaticani

Adele Breda, curatrice del reparto per l’Arte Bizantino-Medievale dei Musei del Papa, illustra l’iniziativa divulgativo-espositiva ideata nel VII centenario della morte del Sommo Poeta

Il ritratto di Dante di Raffaello Sanzio nel dipinto del «Parnaso» nella Stanza della Segnatura
Adele Breda |  | Roma

I ritratti e l’ispirazione divina
Dante il poeta. Dante il teologo. Dante il modello di uomo eroico. Nei Musei Vaticani c'è tutto questo. Nel cuore del vecchio Palazzo Apostolico Vaticano è facile individuare le diverse caratteristiche del Sommo Poeta nei due ritratti dipinti dal Divino Raffaello negli anni 1508-1511 nella Stanza della Segnatura: come Poeta nel «Parnaso», come teologo e modello di virtù nella «Disputa del Sacramento». Questo piccolo ma luminoso ambiente, che era lo studio e la biblioteca di papa Giulio II della Rovere, racchiude in sé tutto il sapere del tempo secondo le concezioni filosofiche neoplatoniche rinascimentali.

L’Uomo assurge a protagonista della Storia nello straordinario programma iconografico che si dispiega sulle pareti e sulla volta della Stanza. Le idee neoplatoniche prendono forma nelle figure allegoriche della «Filosofia», che si manifesta nella «Scuola d’Atene»; della «Religione», che si rivela nella visione estatica della cosiddetta «Disputa del Sacramento»; della «Giustizia» che, assistita dalle «Virtù teologali e cardinali», trova espressione nella Legge che governa il mondo e infine nella «Poesia», l’unica figura alata, che tiene in mano un libro e la lira e sovrasta il Parnaso, perché la Bellezza, secondo tale concezione filosofica, è ispirata da Dio, come recita l’iscrizione virgiliana nella tabella: NUMINE AFFLATUR.

Accanto alla «Poesia», è raffigurata la storia di «Apollo e Marsia» su un finto mosaico dorato: Apollo, il vincitore della gara che il sileno aveva ingaggiato con lui, assiste allo scuoiamento di Marsia, che, incatenato davanti al dio, sta per essere sottoposto al supplizio. Questa immagine violenta nel pensiero neoplatonico assume un senso positivo, in quanto Marsia simboleggia l’uomo posseduto dalla divinità nel momento della creazione artistica.

Nella gara musicale il sileno, infatti, suona il flauto, strumento che richiama le passioni oscure del corteo dionisiaco, mentre Apollo trae armoniose musiche celesti dalla lira. La scena allude all’ispirazione divina dell’arte, alla vittoria dell’armonia celeste sulle passioni terrestri e, quindi, alla liberazione dell’anima che avviene quando, dilaniata, nel momento della punizione, si perde nell’estasi divina. Non solo la filosofia neoplatonica, ma anche alcuni versi di Dante della prima cantica del Paradiso ispirarono la scena raffigurata da Raffaello:

«O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.              

Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.              

Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsia traesti
de la vagina de le membra sue.                   

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,               

vedra’mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno».             
Paradiso, I, vv.13-27

Quando Dante si accinge a descrivere il Paradiso come mai nessuno aveva fatto prima di lui, si trova a dovere esprimere qualcosa di difficilmente descrivibile, se non addirittura ineffabile. A causa di tali difficoltà al Poeta non è più sufficiente l’ausilio delle Muse, egli perciò invoca il dio Apollo, somma personificazione dell’ispirazione divina, affinché, ispirandolo con lo stesso canto con cui aveva vinto Marsia, gli permetta di arrivare al medesimo traguardo (la creazione artistica), ottenendo così l’ambita corona d’alloro.

Dante, l’unico personaggio ritratto ben due volte dal divino Raffaello nella Stanza della Segnatura con straordinaria duttilità e capacità introspettiva – creando un modello iconografico ineguagliabile del Sommo Poeta – è infatti coronato con il serto d’alloro. Se l’immagine del Parnaso dipinta nella Stanza della Segnatura con la rappresentazione di Apollo tra le Muse, circondato dai maggiori poeti di ogni tempo, non sembra bastevole a richiamare il Grande Fiorentino, sicuramente non si può prescindere da lui nel suo doppio ritratto e nella scena di «Apollo e Marsia» in cui riecheggiano i suoi versi: «Entra nel petto mio, e spira tue /sì come quando Marsia traesti /de la vagina de le membra sue».

Collocata tra le figurazioni allegoriche della «Teologia» e della «Poesia», la punizione del sileno si deve quindi interpretare come un’immagine del furore dionisiaco, il mistico fervore della creazione divina che possiede l’artista nel momento in cui crea l’opera d’arte.

Dante tra il passato e il presente
Come al tempo di Raffaello, anche oggi i Musei Vaticani, in occasione dell’anniversario della morte di Dante, desiderano rendere un tributo al Sommo Poeta.
In un viaggio ideale accanto a Dante nei tre mondi descritti nella Divina Commedia - Inferno, Purgatorio e Paradiso - si propone oggi nel sito web dei Musei Vaticani una selezione di opere, che prossimamente saranno evidenziate nel percorso reale del Museo con appositi cartelli didattici.

Le opere più antiche appartengono al mondo figurativo e letterario a cui il Poeta si ispirò, ossia al mondo classico e all’immaginario etrusco: fino a giungere, attraverso il Medioevo, al suo tempo (1265-1321). Le opere del periodo successivo sono state realizzate da artisti che hanno trattato temi inerenti alla Divina Commedia o ne hanno illustrato i canti.

Agli specialisti dei diversi settori: Maurizio Sannibale, etruscologo, e Rosanna Barbera, epigrafista, insieme agli storici dell’arte Alessandra Rodolfo, Fabrizio Biferali, Francesca Boschetti e Rosalia Pagliarani, si devono l’individuazione delle opere e la redazione dei testi.

Cortile della Pigna
Vorrei menzionare per prima un’opera particolare, identitaria per i Musei Vaticani, la grande pigna in bronzo dorato che si trova nel rinascimentale Cortile che da essa prende il nome. Il Poeta la vide nel 1300/1301 al centro dell’atrio della prima basilica costantiniana di San Pietro e ne rimase colpito per le notevoli dimensioni, tanto che la ricordò nell’Inferno.

Nel XXXI canto dedicato ai superbi, egli la confrontò con la faccia del gigante Nembrot, il costruttore della Torre di Babele, esempio di superbia e di rivolta contro Dio: «La faccia sua mi parea lunga e grossa, come la pina di San Pietro a Roma, e a sua proporzione eran l’altre ossa» (Inferno, 31, 58-60).

Museo Gregoriano Etrusco
Nell’ambito funerario etrusco e romano si trovano testimonianze di quel mondo figurativo e letterario conosciuto da Dante, che nel dare vita nel suo poema al complesso mondo dell’«invisibile» – i suoi angeli e i suoi demoni – rielaborò e reinterpretò tradizioni artistiche precedenti, creando a sua volta una tradizione culturale alla quale hanno attinto gli artisti nei secoli a seguire.

Un’opera del mondo etrusco approdata nell’Inferno michelangiolesco del «Giudizio» in Cappella Sistina è la testa del demone etrusco Caronte,Dio della Morte, mutuato dal Caronte dei Greci, traghettatore di anime sull’Acheronte: la piccola scultura in nenfro (o una ad essa simile) ispirò le fattezze di uno dei diavoli che trasportano le anime sulla barca nel Giudizio sistino di Michelangelo.

Galleria Lapidaria
Una poetica testimonianza dell’aldilà pagano ci è fornita dalla frammentaria iscrizione sepolcrale di Marcus Lucceius Nepos, il cui testo intero è noto da precedenti trascrizioni e attinge a testi poetici e letterari. In essa il defunto esorta i suoi cari a non stare in pena per lui, ormai accolto in una «sede superiore», rievocando luoghi (Acheronte, paludi, ecc.) e personaggi (Caronte e Minosse), poi ripresi nel poema dantesco.

Galleria dei Candelabri
Ancora il tema di Caronte, il «nocchier de la livida palude» nel gesto di traghettare un’anima, è scolpito a bassorilievo sulla superficie di un’ara sepolcrale della metà del I sec. a.C.. Simili sculture antiche, ma anche le immagini indimenticabili di un Dante visionario ispirarono successivamente Michelangelo nel suo «Giudizio Universale», quando dipinse «Caron dimonio con gli occhi di bragia» il quale «batte col remo qualunque s’adagia», e Minosse, il giudice infernale, avvolto dalle spire di un serpente, dando forma visiva ai potenti versi danteschi.

Pinacoteca Vaticana
Sala I –Tra le opere che Dante conobbe e ammirò a Firenze, si ricordano i mosaici della cupola del Battistero di San Giovanni con il «Giudizio Universale» e l’«Inferno» attribuito a Coppo di Marcovaldo. Il tema era diffuso nelle chiese romaniche e poi in quelle gotiche, affrescato sulle pareti interne o scolpito sulle lunette dei portali. Nella Pinacoteca Vaticana questo soggetto è raffigurato in una grande pala dalla forma insolita, dipinta dai pittori romani Niccolò e Giovanni negli anni 1061-1071, con in basso a destra la rappresentazione dell’Inferno («terribile stipa di serpenti»).

Ancora Sala I – Nel Paradiso, Dante dedica l’XI canto a Francesco d’Assisi. Giovanissimo egli abbandonò la casa paterna e le ricchezze per vivere con tale intensità l’esperienza evangelica da ricevere, primo tra tutti i santi, il dono delle stimmate. Fondatore del Francescanesimo, il movimento più diffuso e più vicino al popolo, uno dei ritratti più antichi del Santo, in cui appare «tutto serafico in ardore» si deve alla mano di Margaritone d’Arezzo, che lo raffigura con le stimmate, «l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno».

Sala II – Nell’XI canto del Purgatorio, Dante incontra i Superbi e riflette sull’effimera durata della fama. Contemporaneo a Giotto, del quale parla nel II canto del Purgatorio («Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido sì che la fama di costui è scura»), il Poeta non vide mai il Polittico Stefaneschi dipinto per l’altare maggiore di San Pietro, perché realizzato intorno al 1320, negli anni del suo esilio. Dante ebbe grande considerazione per il pittore che «rimutò l’arte di dipingere di greco in latino».

Sala II – Ai preziosi versi danteschi si ispira il «Matrimonio Mistico di San Francesco con la Povertà» di Ottaviano Nelli, in cui la reietta fanciulla, che già era stata sposa di Gesù e da allora abbandonata da tutti, diviene per il Santo d’Assisi la più ambita sposa per la quale rinunciare a tutto, in pieno spirito evangelico e in linea con la poetica dell'amor cortese: «La lor concordia e i lor lieti sembianti, amore e maraviglia e dolce sguardo facieno esser cagion di pensier santi».

Sala XV – Nel Purgatorio di chiara memoria dantesca è il combattimento tra l’Arcangelo Michele e Lucifero, «lo ‘mperador del doloroso regno», immagini rutilanti dell’epica ed eroica battaglia tra il bene e il male del pittore tardo-barocco Corrado Giaquinto.

Atrio della Pinacoteca – Calco della «Pietà» di Michelangelo. Nel Paradiso dantesco Maria è descritta come «Figlia del tuo Figlio» e così la rappresenta Michelangelo nella Pietà in cui la Madre tiene tra le braccia il Figlio morto: il volto di Maria, infatti, è raffigurato più giovane di quello di Gesù.

Collezione di Arte Moderna e Contemporanea
Infine, non mancano i riferimenti all’arte del Novecento, con le tavole realizzate per l’Inferno da Robert Rauschenberg, esposte insieme alle coloratissime visioni dell’universo dantesco della Divina Commedia illustrata da Salvador Dalì, con cui si conclude il viaggio del Poeta, guidato da Beatrice, nei luoghi evanescenti e pieni di luce del Paradiso: «Già si godeva solo del suo verbo quello specchio beato».

L’iniziativa divulgativo-espositiva «Dante nei Musei Vaticani» si inserisce nell’ambito delle celebrazioni promosse dal Comitato scientifico-organizzativo istituito per l’occasione dal Pontificio Consiglio della Cultura ed è generosamente sostenuta dai Patrons of the Arts in the Vatican Museums, Capitolo del Principato di Monaco.

Tutti gli approfondimenti sul Percorso Dantesco sono disponibili nel sito dei Musei Vaticani.

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