Fatti perdonare di essere ricco

Addio a Giovanni Gastel elegante nell’animo e nell’opera

Chiara Coronelli |  | Milano

Il Covid-19 si è portato via un altro grande nome della cultura, il fotografo Giovanni Gastel. Ricoverato da qualche giorno nell’ospedale allestito alla Fiera di Milano, la città dove era nato il 27 dicembre del 1955, si è spento nel pomeriggio del 13 marzo, a soli 65 anni. Figlio di Giuseppe Gastel e di Ida Visconti di Modrone, e nipote di Luchino Visconti, ha fatto del suo inconfondibile tratto aristocratico un modo di vivere anche nella professione, dove è riuscito a non dare mai il successo per scontato, forse memore del consiglio del nonno materno, l’imprenditore Giuseppe Visconti di Modrone, che metteva in guardia i nipoti sui privilegi di classe, ripetendo «Voi dovete vivere in modo che il mondo vi perdoni di essere nati ricchi», come ha ricordato in un’intervista.

Appassionato di poesia, teatro e scrittura, Gastel sceglierà l’immagine cominciando a fotografare negli anni ’70; i primi incarichi sono still-life per la casa d’aste Christie’s, ma il vero inizio è del 1981 quando incontra Carla Ghiglieri che, oltre a diventare il suo agente, gli apre le porte del mondo della moda. L’anno dopo sul periodico «Annabella» viene pubblicata per la prima volta una sua natura morta, occasione che diventa trampolino per la collaborazione con «Vogue Italia» e subito dopo con «Mondo Uomo» e «Donna», grazie a un altro incontro determinante, quello con Flavio Lucchini e Gisella Borioli.

A quelle testate se ne aggiungeranno molte altre, tra le quali «Glamour», «Elle» e «Vanity Fair». Lo splendore del Made in Italy prende il volo proprio tra anni ’80 e ’90, e parallelamente anche la carriera di Gastel, che firmerà campagne per celebri marchi, da Versace a Krizia, da Ferragamo a Missoni, fino a portarlo a Parigi per Dior e Guerlain e poi nel Regno Unito e in Spagna. Cresce intanto l’esigenza di una ricerca personale, più decisamente improntata all’arte, una dimensione del suo percorso alla quale è dedicata la personale alla Triennale di Milano nel 1997, definitiva consacrazione del suo profilo artistico, curata da Germano Celant, suo mentore e amico e altra illustre vittima della pandemia.

Le sue immagini intanto compaiono fianco a fianco con quelle dei mostri sacri della fotografia: Richard Avedon, Annie Leibovitz, Helmut Newton, Mario Testino, Oliviero Toscani, Gianpaolo Barbieri. Arriva così un nuovo capitolo, quello del ritratto, genere che scopre e comincia a frequentare a partire dal 2000. La sua fama e la sua eleganza, fatta di etica e di rispetto per gli altri, gli guadagnano la fiducia di personaggi internazionali della cultura, della musica, dell’arte, della politica, del design, della moda, che accettano di aprirsi al suo obiettivo: «Il mio tentativo è quello di restituirti al tuo archetipo», spiegava prima dello shooting.

In una grande mostra al MaXXI di Roma lo scorso anno sono sfilati 200 ritratti, da Barack Obama a Marco Pannella, da Ettore Sottsass a Germano Celant, da Carla Sozzani a Vasco Rossi e Roberto Bolle. In un’intervista a «Forbes» aveva concluso dicendo: «Ho fatto il fotografo perché non potevo vivere di poesia, poi però la fotografia mi ha folgorato. Probabilmente finirò la mia vita scrivendo poesie...». Purtroppo non sarà così.

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