Essere allievi di Cesare Brandi

Tra i tanti interventi del convegno tenutosi a Roma per i sessant’anni della brandiana «Teoria del Restauro», particolarmente lucido e intelligente quello dell’archeologa Licia Vlad Borrelli, 102 anni

Alessandra Marino
Giorgio Bonsanti |

Era il 1963, e nelle Edizioni di Storia e Letteratura fondate in Roma da Don Giuseppe De Luca, tre allievi di Cesare Brandi vollero raccogliere «gli scritti dedicati da Cesare Brandi alla conservazione delle opere d’arte». Erano una storica d’arte medievista, Joselita Raspi Serra; un restauratore, Giovanni Urbani, che un giorno sarebbe succeduto a Brandi come direttore dell’Istituto Centrale del Restauro; e l’archeologa Licia Vlad Borrelli, che al termine del convegno dedicato recentemente al sessantennio dalla pubblicazione della Teoria del Restauro brandiana (Roma, Biblioteca Nazionale Centrale, 29 novembre-1 dicembre 2023), con lucidità impressionante ha rivolto a presenti e collegati, dalla sua abitazione romana e dall’alto dei suoi 102 anni, un discorso trasudante conoscenza, esperienza e intelligenza.

È stato un momento di profonda commozione per tutta la platea, perché Vlad Borrelli sembrava incarnare nella sua persona tutte le virtù che concorrono a formare quella che chiamiamo cultura. Un altro momento di commozione ha coinvolto tutti quando Claudio Gamba, dell’Accademia di Brera, ha illustrato il contributo suo e di Stefania Ventra, ricercatrice all’Università di Venezia, che presentava uno scambio epistolare inedito fra Brandi e Giulio Carlo Argan, sette lettere risalenti ai due mesi cruciali fra ottobre e dicembre 1943. La straordinaria amicizia che legava questi due grandi personaggi faceva sì che potessero parlare e confrontarsi senza infingimento alcuno, in momenti nei quali la storia costringeva a dare risposte incredibilmente ardue e rischiose ai problemi del momento.

Brandi, primo direttore dell’Istituto Centrale del Restauro, aveva scelto di chiudere i battenti dell’Istituto, darsi malato e trasferirsi nella villa di famiglia a Siena. Argan era rimasto a Roma, e si prendeva cura attiva della salvaguardia delle opere d’arte; contro il parere di Brandi, opere e strumentazioni furono spostate in Vaticano. Il ragionamento di Brandi, che espose in una delle lettere, privilegiava sopra ogni altro la difesa del concetto di uomo, prima che di studioso e funzionario; ma rispondeva anche a un calcolo forse giudizioso, temendo che se fosse rimasto sul posto sarebbe stato forzato a collaborare con repubblichini e nazisti, pena finire in via Tasso. Aveva così preferito «inchiodare, non distruggere, la macchina che avevo creato».

Ho menzionato questi due momenti, che rimarranno nella mia memoria a identificare il convegno in questione; e sarebbe del resto impossibile dare conto approfonditamente della ricchezza di argomenti che lo hanno sostanziato. Due giorni e mezzo, fitti di interventi di studiosi e restauratori di ogni genere, che confluiranno in due volumi di Atti; con anche una sezione poster, e un totale di quasi 250 adesioni in auditorium e 150 a distanza. La direttrice dell’Icr Alessandra Marino può essere soddisfatta di questa riuscita, considerando che il convegno non celebrava soltanto la ricorrenza brandiana ma anche il proprio imminente congedo da un’Amministrazione in cui ha rivestito degnamente funzioni importanti e impegnative, come la Soprintendenza territoriale di Firenze

I contributi presentati non hanno schivato argomenti complessi e anche critici, come i discussi rapporti di Brandi con l’architettura, l’archeologia e l’arte contemporanea e, naturalmente, sono stati meglio attrezzati a trarre profitto dalla frequentazione del convegno coloro che si rapportano giudiziosamente con argomenti nei quali altrimenti si rischia di incagliarsi, come l’attualità della Teoria (ne ho parlato io stesso in un convegno dell’Associazione Restauratori Italiani tenuta ancora a Roma lo scorso maggio).

Interpretarla come un ricettario sarebbe sbagliato oggi così come all’origine; è imperativo contestualizzarla e storicizzarla, ed evitare di discuterla puntigliosamente rigo per rigo, per coglierla invece nel suo valore complessivo di momento fondante per il restauro: da allora e per sempre atto critico e concettuale a connotare la materiale esecuzione degli interventi.

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