Ecco come gestiremo il Caravaggio

Jorge Coll, ceo della storica galleria Colnaghi, racconta in esclusiva a Il Giornale dell'Arte l'incarico ricevuto dai proprietari

Luisa Materassi |

Recentemente, la storica galleria Colnaghi ha ricevuto l'incarico di gestire lo studio scientifico, il restauro e la vendita di un dipinto raffigurante Cristo incoronato di spine, attribuito a Michelangelo Merisi da Caravaggio. L'opera, appartente alla famiglia Pérez de Castro Méndez da due secoli, fu inizialmente consegnato alla casa d'aste Ansorena per una vendita programmata a Madrid per l'8 aprile.

Catalogato come opera del circolo del pittore spagnolo José de Ribera, il dipinto fu stimato 1.500 euro. Prima dell'asta, i proprietari, avvertiti della sua possibile riattribuzione, lo ritirarono e il Ministero della Cultura spagnola ne bloccò l'esportazione dalla Spagna. Da quando vari esperti si sono dichiarati a favore dell'attribuzione a Caravaggio, il dipinto ha generato grande interesse accademico e mediatico.

Signor Coll, perché è stato scelto nell'incarico di gestire l'«Ecce Homo» attribuito a Caravaggio?

Dopo l'errata attribuzione nel catalogo d'asta, i proprietari del quadro, la famiglia Pérez de Castro Méndez, volevano capire che cosa avevano in mano. Invece di entrare in campo con un'offerta d'acquisto, la nostra ditta, Colnaghi, ha proposto loro di accompagnarli nel processo graduale del restauro, dello studio e della vendita del dipinto. Credo che abbiano apprezzato la nostra trasparenza.

Quando ha visto il dipinto per la prima volta, ha riconosciuto la mano di Caravaggio?

Ho avuto subito la sensazione di trovarmi di fronte a un capolavoro. L'opera sprigiona una forza viscerale. La composizione, il chiaroscuro accentuato, la tunica rossa di Cristo, il viso e le mani di Pilato e la fisionomia dell'uomo in penombra sono tutti elementi riconducibili alla mano del maestro.

Quale sarebbe il valore dell’opera sul mercato internazionale?

Per confidenzialità verso la famiglia, non posso rivelare dettagli specifici. Un'opera che può fungere da referenza, e che conosco bene perché fu esposta nella nostra galleria di Londra nel 2019, è la «Giuditta e Oloferne» di Tolosa. Sebbene il quadro non avesse ottenuto l'unanime attribuzione a Caravaggio, la cifra si aggirava intorno ai 150 milioni di euro.

Il fatto che al dipinto sia stato negato il permesso di esportazione ha conseguenze sulle vostre opzioni di vendita?

Certo il campo dei possibili compratori è ridotto; ma Colnaghi gode di stretti legami con il collezionismo privato e istituzionale spagnolo, perciò confido che potremo presentare ai proprietari delle buone offerte.

Che cosa pensa dell'intervento statale nel mercato dell'arte?

Ritengo giusto che lo Stato regoli l’esportazione di opere d'arte, e come cittadino sono il primo a godere quando un’opera rilevante viene incorporata in un museo come il Prado. Nello specifico, è comprensibile che lo Stato spagnolo abbia bloccato l'esportazione di questo dipinto dato il suo alto valore storico-culturale. Detto ciò, trovo ingiusto quando lo Stato blocca l’esportazione e non remunera il privato secondo il reale valore di mercato. Anche in Inghilterra e in Francia lo Stato può impedire l'esportazione; ma, a differenza che in Spagna o in Italia, è tenuto a pagare il corrispettivo valore di mercato.

Il Prado ha già espresso il suo interesse nell'acquisto?

Sia i proprietari sia il Prado desiderano attendere i risultati dello studio. Una volta raggiunto un consenso sull'attribuzione, valuteremo tutte le opzioni di vendita. Nel caso che il Prado fosse interessato all'acquisto, m'impegnerò a raggiungere un compromesso giusto tra le parti. In ogni caso, il Prado dispone di sei mesi per esercitare il diritto di prelazione.

Chi realizzerà il restauro? Trattandosi di un’opera italiana, potrebbe essere affidata a un centro in Italia?

Non so fino a che punto lo Stato spagnolo concederebbe il permesso d'esportazione temporaneo per un restauro in Italia. Il nostro compito è quello di presentare ai proprietari le opzioni più qualificate. Accoglieremo proposte da restauratori spagnoli e internazionali. Saranno poi loro a decidere a chi affidare il restauro.

Qual è lo stato conservativo del dipinto?

È buono. Il quadro ha soltanto bisogno di essere pulito e di subire alcuni piccoli interventi mirati.

Confida di ottenere il consenso degli esperti sull'attribuzione?

Sono ottimista perché mai come ora così tanti studiosi si sono espressi a favore dell'attribuzione a Caravaggio. Al termine del restauro inviteremo il maggior numero possibile di studiosi a esaminare il quadro a Madrid. Non abbiamo fretta. L'opera è rimasta addormentata 400 anni, perciò aspettare un anno in più non è un problema.

Ci parli di Lei: come ha iniziato la carriera d'antiquario?

Ho respirato antiquariato fin dall’infanzia grazie ai miei genitori, che erano entrambi antiquari. Da bambino, li accompagnavo alle fiere e mi appassionavo delle opere che vedevo. Scrivevo su un foglietto la lista dei prezzi delle opere e me li memorizzavo. Ho cominciato da ragazzino e da allora non ho più smesso!

Qual è stata la sua prima vendita?

Me l’ha ricordata recentemente un vecchio conoscente, il collezionista spagnolo Félix Palacios. «Sappi, mi ha detto, che sono il tuo primo cliente». Avevo 8 anni e i miei genitori stavano partecipando a una fiera a Barcellona. Félix era interessato a una tavola antica e io gli dissi il prezzo, con il listino in mano. Gli parvi così grazioso che comprò la tavola!

Gestire tre gallerie in Paesi diversi non è cosa dappoco, soprattutto nell’era della riduzione del personale. Come ce la fa?

Personalmente, amo viaggiare e incontrare collezionisti ed esperti di diversi culture. Perciò avere tre gallerie a Londra, New York e Madrid per me è stimolante. Come in tutte le cose, se c’è passione i risultati arrivano.

Ripensando alla Sua carriera, ha qualche ricordo particolarmente bello?

Ne ho tanti... Il nostro primo stand a Tefaf nel 2012. L’apertura della galleria londinese. La sera in cui acquistammo Colnaghi su un tovagliolo...

Come «su un tovagliolo»?

Era il 2015 e al Tefaf avevamo montato uno stand di forte impatto. Konrad Bernheimer, l'allora presidente della sezione «Paintings», venne a congratularci e ci portò a cena. Nel corso della serata ci rivelò la sua tristezza per non avere chi gli potesse succedere al timone della Colnaghi. Non fece in tempo a finire la frase, che noi gli proponemmo di rilevare la galleria. Allora scrisse il prezzo su un tovagliolo e l’acquisto fu chiuso lì per lì.

Come siete stati colpiti dalla crisi Covid?

Con l'arrivo della pandemia, sembrava che il mondo dell’arte si sarebbe bloccato; ma così non è stato. Sebbene le fiere siano state cancellate, le aste continuano e le opere importanti si vendono. È interessante vedere come storicamente l'attività della Colnaghi si sia sempre intensificata nei periodi di crisi, come nel 1918, nel 1929 e nel periodo tra le due guerre. Basti pensare al 1930 e alla vendita dei capolavori dell'Ermitage al segretario del tesoro americano Andrew Mellon, definita la «vendita del secolo». Tornando al presente, in piena crisi Covid abbiamo concluso una vendita importante con il Louvre Abu Dhabi e ora siamo chiamati a gestire un capolavoro di Caravaggio. So che per molte gallerie è un periodo durissimo, ma siamo in un’era digitale in cui chiunque abbia inventiva può affermarsi. Anch’io sono stato un piccolo gallerista e da giovane ho dovuto sopravvivere alla crisi del 2008. Pertanto so che con impegno e coraggio si può sopravvivere a tutto.

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