Dopo un restauro di 10 anni il Duomo di Trento ritrova i suoi colori

Nel complesso di origine duecentesca, che il 10 dicembre sarà ufficialmente «restituito» alla città, i lunghi lavori hanno affrontato anche i problemi di natura statica. Riemerge da dietro un sepolcro l’affresco di una «Madonna col Bambino» medievale

La leggenda di san Giuliano. © Gianni Zotta
Camilla Bertoni |  | Trento

Restituita alla luce. Si potrebbe sintetizzare così l’effetto del lungo intervento di restauro (sull’esterno dal 2000 al 2004, sull’interno dal 2017 a oggi, la progettazione, che risale al 2010, è stata autorizzata nel 2014 e finanziata nel 2015) sulla Cattedrale duecentesca di Trento dedicata a San Vigilio, riportando alla corretta lettura il colore della pietra di cui si compone.

Restituita alla policromia e alla luminosità originarie anche la barocca Cappella Alberti il cui programma iconografico è legato al Concilio di Trento in seguito al quale è stata aggiunta al Duomo. Ma la natura del lungo intervento (che ha riguardato praticamente tutto il complesso, escludendo la cripta la cui sistemazione risale agli anni ’70 del ’900) è naturalmente molto più complessa di una pulitura che ha tolto lo strato nero che nascondeva i toni rosati.

Alla direzione, un team molto coeso e in sintonia, composto da due architetti, Ivo Maria Bonapace, progettista e coordinatore che dal 1997 segue operativamente la Cattedrale cercando soluzioni ai suoi problemi accanto a Fabio Campolongo della Soprintendenza, e un ingegnere, Edoardo Iob, responsabile unico del procedimento, con competenze anche di strutturista e impiantista.
Una veduta dell’interno del Duomo di Trento dopo il restauro
«A essere affrontati, con complesse soluzioni ingegneristiche, applicate a seguito di estese campagne plurispecialistiche , spiega Iob, sono stati i molti problemi di natura statica che affliggono il complesso medievale, poggiante su un terreno che era originariamente un alveo fluviale, e che fin dal XIX secolo si è cercato di risolvere con l’ingegnoso intervento di restauro dell’architetto triestino Enrico Nordio. L’intervento di consolidamento strutturale è stato completato dall’installazione di un articolato sistema di monitoraggio strutturale dotato di celle di carico, fessurimetri, accelerometri di alta precisione».

Dieci anni di lavoro, seimila metri quadrati, di cui duecento affrescati, di superfici trattate, un centinaio gli operatori coinvolti, con la ditta Lares di Mario Cherido di Venezia ingaggiata, la direzioen di cantiere di Stefano Lorenzon, più di otto i milioni investiti, con una copertura finanziaria per tre quarti arrivata dalla Provincia di Trento.

«L’intervento ha messo anche in luce un affresco medievale, ha aggiunto Bonapace, con una “Madonna con Bambino” in trono che era stata nascosta da un sepolcro sovrapposto in epoca successiva, e alcuni lacerti di intonaco dipinto, soprattutto nell’abside settentrionale. Tutti elementi questi che lasciano intuire un aspetto molto diverso della Cattedrale di Trento, probabilmente in origine massicciamente o completamente intonacata e dipinta».

La chiesa non mai è stata preclusa al culto durante questi anni di cantiere, che ha sempre consentito l’accesso dei fedeli (fatta eccezione per le ultime settimane). Sabato 10 dicembre il Duomo sarà «riconsegnato» formalmente alla città che celebrerà la restituzione con una solenne celebrazione a partire dalle 15 presieduta dagli arcivescovi di Perugia, Ivan Maffeis, e di Trento, Lauro Tisi (la cerimonia sarà trasmessa anche online dal sito).
Il restauro nel Duomo di Trento ha riportato in luce, occultato dietro un sepolcro, un affresco medievale raffigurante la Madonna con Bambino
«Il lungo intervento ha permesso di comprendere a fondo la natura del restauro ottocentesco di Nordio, continua Iob, apprezzandone la raffinata teoria che ne è alla base, con l’intento di alleggerire le volte, gli archi e le vele murarie, e prima ancora di conoscere a fondo le tecniche costruttive medievali, anche grazie a indagini sui pilastri polilobati, agendo con leganti, tiranti in fune e catene trasversali in acciaio nei punti di maggiore fragilità».

Studiata a fondo anche la statica dello stupefacente baldacchino barocco, completamente marmoreo, a colonne tortili che, su modello di quello di San Pietro, fu posizionato nel XVIII secolo all’incrocio con il transetto. Il restauro ha compreso anche le superfici vetrate, il coro ligneo settecentesco e l’organo nell’abside.

«Un cantiere di conoscenza, ha concluso Bonapace, rispettoso delle patine, con un approccio cautelativo che ha mantenuto continuamente fede ai principi di reversibilità e che si è avvalso di consulenti di eccellenza, come Giovanna Alessandrini, Maria Antonietta Crippa, Carlo Ferrari da Passano, Mauro Matteini, Michelangelo Lupo e le équipe dei docenti Pier Giorgio Malerba e Luigi Zanzi del Politecnico di Milano».

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