Dietro (e davanti) le quinte del Mic di Faenza

Nato come un museo locale, è diventato una macchina all’avanguardia grazie a depositi «curati come un salotto», a laboratori di restauro e attività didattiche per il «benessere fisico e psicologico dei cittadini»

Una veduta dell'allestimento del Mic di Faenza. Foto Andrea Pedna Una veduta dell'allestimento del Mic di Faenza. Foto Andrea Pedna Una veduta dell'allestimento del Mic di Faenza. Foto Andrea Pedna Una veduta dell'allestimento del Mic di Faenza. Foto Andrea Pedna
Fernando Filipponi |  | Faenza (Ra)

Se avrete un giorno la possibilità di visitare i depositi del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza ne resterete sorpresi. Il dietro le quinte di un museo, parente non troppo lontano del backstage teatrale, non è sempre un bel vedere. Ma il Mic fa eccezione e le sale dedicate alle opere non esposte sono curate come un salotto di casa, con i materiali classificati per Paese di produzione, regione (in alcuni casi città), e suddivise per datazione. Ordine e leggibilità degli armadi fanno di questi ambienti un museo nel museo che conserva la storia della ceramica del mondo intero.

La collezione è davvero sterminata. Quasi 60mila opere, di cui gran parte conservate in questi depositi, 8mila esposte nelle sale. Opere che disegnano la storia dell’arte ceramica dal 4000 a.C. ai giorni nostri, con allestimenti rinnovati regolarmente (la sezione del Vicino Oriente ed Egitto antichi è stata inaugurata a gennaio 2020, quella delle Ceramiche popolari, design e rivestimenti tra passato e futuro a maggio 2021), e documentano le tecniche messe a punto nel corso dei secoli fino alle ceramiche griffate Picasso, Lucio Fontana, Leoncillo.

Una collezione giovane, peraltro, nata dall’intuizione di Gaetano Ballardini nel 1908, e che dovette subire la ferocia della guerra e il bombardamento del 13 maggio 1944 (che il deposito documenta senza sconti, con la serie commovente delle ceramiche accartocciate dall’esplosione). Poi seguì lo slancio postbellico animato da Giuseppe Liverani e, in anni recenti, Giancarlo Bojani e Carmen Ravanelli Guidotti.

Al di là dei numeri da guinness, il Mic è un museo che funziona. Mette a segno tutti gli obiettivi strategici di un’istituzione museale. Sul fronte della conservazione, possiede un laboratorio di restauro fra i migliori al mondo, che lavora per istituzioni pubbliche e private (recentemente ha condotto restauri per il Museo Correr di Venezia e il Museo delle Civiltà di Roma). La ricerca sul restauro è amplificata anche dalla collaborazione con il corso di laurea in Conservazione e restauro dei beni culturali dell’Alma Mater Studiorum di Bologna.

Quanto alla valorizzazione e all’accessibilità, il laboratorio didattico «Giocare con la ceramica», fondato da Bruno Munari negli anni ’70, è una via d’accesso privilegiata alle collezioni, accanto alle attività rivolte agli adulti, agli anziani, ai diversamente abili, ai migranti e ad eventi come il Premio Faenza e Argillà Italia. «Quest’anno, grazie anche al contributo della Regione Emilia-Romagna, precisa Claudia Casali, direttrice del museo dal 2011, si sono avviati progetti trasversali di avvicinamento alla cultura attraverso la ceramica, con l’obiettivo di contribuire al benessere fisico e psicologico dei cittadini».

Se l’incremento delle collezioni è avvenuto nel corso degli anni mediante acquisti e donazioni illustri, sul versante della ricerca si devono citare i 70mila volumi dedicati alla storia dell’arte ceramica e alle arti decorative conservati nella Biblioteca del museo, cui si aggiungono l’Archivio, la Fototeca della Ceramica e l’Archivio fotografico. Un centro di documentazione (o «centro culturale», come amano definirlo al Mic) che compete con quelli di grandi istituzioni internazionali come il Louvre e il British Museum.

E pensare che questa macchina all’avanguardia è stata concepita da un museo locale, e su un patrimonio di nicchia, gestito oggi grazie a una fondazione in cui confluiscono i contributi di enti pubblici e privati locali per amministrare un patrimonio di proprietà comunale. Neanche a dirlo, lo staff di questo museo modello è giovane e fino al 30 aprile mette in scena uno spettacolo ottimista e gioioso. Costruita su una museografia elegantissima, la mostra «Gioia di ber» (fino al 30 aprile) racconta attraverso 200 ceramiche usi e costumi del bere dall’antichità classica al XXI secolo.

Partendo dalla funzione sociale della convivialità e del rituale del bere (che certo oggi suonano, di questi tempi, come un auspicio), si mette a fuoco il ruolo centrale giocato dalla ceramica, sia nella sfera privata sia in quella pubblica. Di questo ruolo la mostra ricostruisce il percorso, attraverso tappe essenziali come i vasi da banchetto etruschi, i thermopolia pompeiani, le «credenze» rinascimentali, gli scherzi da tavola, i «bevi se puoi» e le «tazze da inganno» realizzate per stupire i commensali (sulla scia dei bicchieri «da capriccio» disegnati nel ’600 da Jacopo Ligozzi), fino all’attualità, la Manifattura Bitossi e nuovi designer come Andrea Anastasio e Formafantasma.

Ma la mostra non sbuca dal nulla, come certe rassegne che si acquistano preconfezionate sul mercato. «Nasce invece, spiega Valentina Mazzotti, conservatrice del Mic e curatrice della mostra, dal lavoro quotidiano del museo e dal riallestimento delle collezioni delle ceramiche popolari e di design. Operazione che poi è stata elaborata e integrata nell’evento espositivo». Una mostra originale, quindi, accurata, intelligente e «sostenibile», che ha visto la collaborazione dell’Università di Bologna per la parte antica e dell’Istituto superiore per le industrie artistiche (Isia) di Faenza per il design.

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