Demoetnoantropologici vecchi e squattrinati

Antonio Aimi |

Anche se della Riforma Franceschini si è parlato a lungo, sembra importante osservare quali conseguenze avrà sul settore dei beni demoetnoantropologici (una dicitura, peculiarità solo italiana, che la dice lunga sui problemi del settore), mantenendo un occhio puntato su come patrimoni analoghi vengano gestiti all’estero. Da questo punto di vista appare evidente che si tratta di un’altra riforma «all’italiana», che non colma il divario che ci separa dall’Europa e dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo (ad esempio, il Messico), che di gran lunga ci hanno superato nella gestione dei musei e nella valorizzazione del loro patrimonio. Come sempre negli ultimi tempi, gli aspetti di grande visibilità mediatica (l’«autonomia», il bando sull’«Economist», uno stipendio quasi a livello europeo, ecc.) nascondono la mancanza di un piano organico e di una progettualità di largo respiro. Leggendo tra le righe dei decreti
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