David Campany e la nostra relazione con la fotografia

Due mostre all’International Center of Photography di New York curate dall'autore britannico

«Objects to Remember You By: An Index of Sentiment», Vitrine n. 11, 2014-2021, di Kija Lucas © Kija Lucas
Rica Cerbarano |  | New York

Sin dalla sua nascita, la fotografia si è distinta per la prerogativa della sua riproducibilità, determinante nell’evoluzione di questo medium dalla natura elastica e malleabile. Se da un lato la possibilità di realizzare copie infinite della stessa immagine è stata cruciale nell’affermazione della fotografia come mezzo di comunicazione privilegiato, dall’altro ha ostacolato a lungo il riconoscimento del suo valore artistico, soprattutto se confrontata all’unicità della pittura. Inoltre, a differenza di un dipinto, un’immagine fotografica non nasce con una dimensione precisa, ma può essere stampata in molteplici forme e misure, in una combinazione infinita di variabili che rafforzano la sua capacità camaleontica di adattarsi al contesto.

Queste le premesse alle due mostre in corso all’International Center of Photography di New York (fino al 2 maggio), «Actual Size! Photography at Life Scale» e «A Trillion Sunsets: A Century of Image Overload», entrambe a cura di David Campany, scrittore, curatore e artista, oltre che Managing Director of Programs dell’Icp. Nella prima rassegna sono esposti anche la riproduzione di un autobus a dimensione reale di Mason Williams e il pugno di Muhammad Ali in scala 1:1, oltre a opere firmate da autori come Laura Letinsky, Tanya Marcuse, Aspen Mays, Jeff Wall, e immagini pubblicitarie. Abbiamo rivolto qualche domanda a David Campany.

Che cosa succede quando un’immagine viene stampata rispettando le dimensioni del soggetto che rappresenta?
Nel XX secolo, ad esempio, i grandi marchi promuovevano le fotocamere riproducendole a grandezza naturale sulle pagine delle riviste. In questo modo riuscivano a trasmettere fedelmente l’idea della dimensione dello strumento, sollecitando l’interesse dei lettori attraverso un espediente immediato ed efficace.

La nostra percezione delle immagini cambia a seconda della scala con cui vengono presentate?
Vorrei più che altro che i visitatori si ponessero domande a cui forse non hanno mai pensato. Che dimensione può avere un’immagine? Quanto può essere grande e quanto piccola? E soprattutto, perché?

La seconda mostra si interroga sulla proliferazione delle immagini tracciando parallelismi nella storia del medium e tentando di dimostrare come l’iperstimolazione visiva sia un fenomeno che ha già radici nel passato, dalle avanguardie artistiche di inizio ’900, ad autori come Walker Evans e Robert Capa, fino a opere di artisti contemporanei che analizzano i risvolti ideologici del linguaggio fotografico.

Che cosa l’ha spinta a realizzare una mostra su questo tema?
Quando qualcuno dice che oggi ci sono troppe fotografie nel mondo, il mio primo istinto è di chiedergli: «Quante dovrebbero essere?». Forse il problema non sono le troppe immagini, bensì quelle del tipo sbagliato, troppi cliché ripetitivi e vuoti. Molte cose sembrano più semplici di quanto sono realmente.

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