Dan Graham, riflessioni di un hippy

È scomparso a New York a 79 anni l'artista che aprì tutto il versante sociale e legato all'indagine del contesto dell'arte concettuale. Ripubblichiamo il testo che Angela Vettese gli dedicò sul Giornale dell’Arte, n. 242, aprile 2005

Dan Graham nel 2017. Foto Sebastian Kim. Courtesy Lisson Gallery
Angela Vettese |

Porta una mano sulla testa, con il palmo che tocca il viso e le dita che tormentano i corti capelli grigi, come a proteggere l'emisfero cerebrale sinistro che bolle di idee e passioni. Adesso è pieno di foga per la sua nuova presenza alla Biennale di Venezia, dopo quella, che ricorda con il languore che si dedica ai primi amori, alla sezione «Ambiente-Arte» curata da Germano Celant nella Biennale del 1976.

Siamo abituati ad associare il nome di Dan Graham (Illinois, 1942) ai padiglioni di vetro parzialmente specchiante, color fumo, in cui si abbassano i toni e si esalta la capacità di pensare: proprio come quella mano protettiva che l'artista si porta sul capo, il padiglione protegge il nostro corpo e funge da intercapedine tra noi che lo penetriamo e il mondo esterno, e ancora tra un guscio architettonico e il nostro corpo che vi si specchia da fuori o vede il fuori, da dentro, sostanzialmente non visto dal l'esterno.

Queste strutture che si incrociano nei giardini come i gazebo ma anche negli angoli di città come verande abusive, che si piazzano come tende da nomadi al centro di uno spazio espositivo o che, come a Berlino, accettano di buon grado di diventare il dehor di un ristorante, tentano di incarnare tante cose. Sul piano intellettuale, anzitutto, le barriere percettive, le intercapedini mentali, il dubbio come modo per leggere la realtà e come via della conoscenza; dal punto di vista affettivo il bisogno di protezione, l'effetto culla, ma anche all'opposto la paura del labirinto, della «mise en abyme», del diventare invisibili al mondo.

In termini sociali, qui si parla di tutto quello che è casa, dall'avere un tetto sopra la testa al concepire di cambiare città e quindi anche identità. Il lavoro germinale di Dan Graham, del resto, nato come autodidatta e senza un'idea preconcetta dell'arte, fu una ricerca sulle abitazioni dei poveri («Homes for America», 1966-67) che aprì tutto il versante sociale e legato all'indagine del contesto dell'arte concettuale.

Anche per questo parla di architettura come se fosse la sua seconda pelle e del concettuale come se fossero squame che, tanti anni fa, ha abbandonato per strada come un serpente in muta. Parla con la logorrea di un bambino, con la logica di un matematico, con l'utopismo di un figlio della generazione hippy e non riesce a nasconderlo nemmeno dietro un'aria dimessa. Lucido come uno dei suoi vetri specchianti, ripetitivo come il suo migliore amico, il musicista Steve Reich, proprio come quei vetri è affumicato: dall'io, dall'ira o da un pensiero che corre troppo veloce.

Non arretra nella critica feroce. Detesta alcuni architetti (il super trendy Rem Koolhaas, per esempio) ma anche alcuni curatori che non cessano di tradire il suo lavoro: prima tra tutte Catherine David, che nella Documenta X fece della sua opera, del tutto arbitrariamente, una celebrazione di Jean-Luc Godard. La lista continua persino tra i critici che lo hanno difeso, supponendo che lo abbiano fatto per difendere una teoria tutta loro: non sfuggono alcuni benefattori come Benjamin Buchloch, che in un famoso saggio sulla rivista «October» lo contrappose con acidità a Joseph Kosuth, né Lynne Cooke, curatrice della Dia Foundation a New York, a cui rimprovera di non avere utilizzato a dovere il padiglione che ha progettato sul tetto della sua sede a Chelsea. Doveva essere un bar, un luogo di relax, un gazebo: tenendolo vuoto è diventato una scultura formalista da cui guardare lo skyline di New York.

Perché alla fine di un lungo vagabondare tra maestri sofisticati e teorie, che escono dal discorso con padronanza partecipata, nonostante i mille saggi che ha scritto, Dan Graham non vuole essere un intellettuale. Vuole giocare, vuole offrire dei luoghi alla gente e vedere come reagisce, per esempio i bambini e i turisti che si chiedono cosa sia quella capanna rilucente in mezzo a un prato di Münster. In un documentario video una signora esce da un suo intervento e gesticola, incalza il marito, sbuffa: non sappiamo nemmeno se stia approvando o criticando. Questo piace a Dan Graham, reazioni semplici, con buona dose di umorismo su di sé e su quel mondo dell'arte in cui, peraltro, sguazza piuttosto bene.

L'articolo è apparso originariamente su « Il Giornale dell'Arte» , n. 242, aprile 2005

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