Da Base Progetti le rivoluzioni di Francesco Jodice

La galleria fiorentina presenta un lavoro dell’artista del 2019 della durata di venticinque minuti, a metà tra docufiction e film sperimentale

Uno still del film «Rivoluzioni», 2019, di Francesco Jodice Francesco Jodice. © Sara Gentile
Laura Lombardi |  | Firenze

Da Base Progetti per l’arte, fino al 9 aprile, l’installazione «Rivoluzioni» creata per lo spazio da Francesco Jodice, s’inserisce nell’analisi che da anni l’artista svolge, tramite la fotografia e il montaggio video, sui mutamenti del paesaggio sociale contemporaneo e specie sui fenomeni di antropologia urbana e sui nuovi processi di partecipazione.

Jodice pone un suo lavoro del 2019 ma praticamente inedito, «Rivoluzioni», della durata di venticinque minuti, a metà tra docufiction e film sperimentale secondo la pratica dell’archivial footage, in dialogo con uno statement sulla parete, che fa riferimento a un evento storico avvenuto nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino e dell’uscita del saggio, il 17 giugno, La fine della storia del politologo Francis Fukuyama (secondo cui tutti gli avvenimenti successivi sono ripetizioni circolari di eventi già avvenuti); è il lancio della sonda Kaiju2 da parte di un’agenzia spaziale cinese per raggiungere il bordo del buco nero, sonda che finisce per scomparire.

Dal montaggio destabilizzante di video di repertorio che spinge la narrazione filmica alle estreme conseguenze, e dall’intreccio tra personaggi di pellicole anni Trenta, scene di esibizionismo di filmati anni Ottanta e immagini di galassie distanti dalla nostra, nasce l’interrogazione sulla nostra assenza di aspettativa per il futuro, condizione in cui ci troviamo calati, pur avendo conquistato mezzi per condividere e rendere democratico tutto il sapere possibile.

In sostanza vediamo solo che già conosciamo. Come nota Jodice, anche quando le immagini che ci giungono «dovrebbero rappresentare l’altra faccia dell’universo conosciuto» ci accorgiamo che esse, «non sono altro che un riflesso di noi stessi e delle nostre convenzioni culturali».

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