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Da Apolloni le stagioni neoclassiche

In tre sedi: la Laocoonte, Apolloni e il nuovo spazio in via Margutta

Eugen Berman, «Ulisse e le Sirene»

Da oltre due anni Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli sono impegnati in un progetto espositivo voltoa indagare le «due lunghe stagioni di Neoclassicismo, quella dell’Italia di Carducci e d’Annunzio, e quella del ventennio», spiegano. Lo scopo è verificare come questo ritorno all’antico ha inciso sull’arte italiana dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra.

Hanno scelto un centinaio tra dipinti, sculture, disegni e oggetti celebrativi di autori diversi per generazione e ambito artistico. Le opere sono state studiate da storici dell’arte, dagli stessi Apolloni e Cardarelli e, in parallelo, anche da archeologi. I risultati di tale lavoro sono dal 23 novembre al 15 gennaio nella mostra «’900 Classico», ordinata nelle tre sedi delle loro gallerie romane, la Laocoonte, la W. Apolloni e il nuovo spazio inaugurato per l’occasione in via Margutta 81: la Laocoonte e W. Apolloni, concepita come luogo di contaminazione tra classico e antico, come dimostra il lavoro di Patrick Alò che vi tiene un’antologica.

Il Classicismo è un terreno vasto che permette di muoversi in tante direzioni, perfino di operare improvvisi cambi d’orizzonti, a seconda delle esigenze del singolo artista o di condizioni storiche e politiche. Non si tratta di ristabilire una tradizione, è il Classicismo a diventare uno strumento utile alla modernità. «Per esempio l’oligocrazia che aveva fatto l’Italia e ora cercava di amministrarla creò una religione alternativa a quella predicata dal papa che vantava quasi milleottocento anni di civiltà figurativa cattolica, proseguono i galleristi. Il culto della Patria, la Monumentomania, e soprattutto la storia infinita del Vittoriano, costituiscono una mole di architetture e pitture murali che non ha pari in Europa prima di colossali complessi urbanistici dei totalitarismi del XX secolo». Tantissimi gli autori in mostra, da Martini ad Andreotti, Cambellotti, Sironi, Clerici e Berman.

Dalla Belle Époque, con Adolfo de Carolis e un cartone preparatorio per un dipinto manifesto della sua poetica, «La Primavera», agli anni Trenta di Gino Severini, ideatore di un gruppo di disegni preparatori per la Palestra del Duce, per viale del Monolite e una fontana dell’Eur. E poi figure dissonanti sotto il Regime, a cominciare dal giovane Cagli, autore di un monotipo, «Laocoonte», tratto da El Greco dove, commenta Apolloni. «si mescolano tanto la condizione della propria omosessualità che il clima creato dalle leggi razziali che costrinsero l’artista, di origini ebree, divenuto doppiamente “diverso”, all’esilio dall’Italia».

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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