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Catastrofi ecologiche alla Biennale di Istanbul

L’Antropocene è il tema centrale della XVI edizione, curata da Nicolas Bourriaud

Antrepo, una delle tre sedi in cui si svolge la Biennale di Istanbul. © Alper Tuzunoglu

Istanbul (Turchia). «La particolarità della Biennale di arte contemporanea di Istanbul è quella di esser stata la prima a non avere padiglioni nazionali; è una biennale d’autore». Questa originale impostazione ha spinto Nicolas Bourriaud, curatore della XVI edizione in programma dal 14 settembre al 10 novembre, a frequentarla sin dal 1989 e a presentare un progetto per quest’anno sul tema dell’Antropocene: una riflessione sulla «catastrofica promiscuità» tra uomini e natura nel contesto di un’antropizzazione galoppante che mette in pericolo la sopravvivenza del pianeta e i nostri stili di vita, sulle ibridazioni culturali e sulle reciproche fertilizzazioni artistiche innescate da incessanti correnti migratorie.

Come ha spiegato a «Il Giornale dell’Arte», Bourriaud considera la sua biennale come il punto di arrivo di un lavoro elaborato a partire dal 2013: «L’episodio finale che porta a compimento un trittico iniziato con la biennale di Taipei nel 2014, “The Great Acceleration”, e proseguito con la mostra “Crash Test” al Centro per l’arte contemporanea di Montpellier».

Il progetto per Istanbul 2019 nasce da un’immagine che ha poi dato il nome alla rassegna: «Il settimo continente», la gigantesca isola di detriti essenzialmente di plastica che fluttua indisturbata nell’Oceano Pacifico. Il critico d’arte francese ha scelto però di non avvalersi di artisti-attivisti, di chi fonde (e forse confonde) l’estetica con la responsabilità politica. Considera il loro approccio «banale», ha preferito spostare la riflessione su di un piano più elevato e profondo: il modo in cui i cambiamenti strutturali nei rapporti tra uomo e natura «influenzano il modo di vedere, sentire, rappresentare il mondo da parte degli artisti»; ne ha selezionati in tutto 57 tra singoli e collettivi, provenienti da 26 Paesi.

Nella manifestazione un lato più impegnato in effetti c’è, ma è confinato nella categoria minore degli eventi paralleli: non solo decine di mostre organizzate da gallerie private, o proiezioni cinematografiche e concerti, ma anche una nutrita serie di panel e conferenze che per l’appunto vedono coinvolti, su temi di immediata rilevanza ecologica, docenti universitari, artisti, attivisti organizzati. La riflessione avrà ampiezza universale, ma toccherà alcuni punti specifici di pertinenza turca.

Epopee alternative
La Biennale di Istanbul è organizzata dall’Iksv, una fondazione per le arti e la cultura finanziata e gestita da alcuni tra i più importanti gruppi industriali del paese. Come ha raccontato a «Il Giornale dell’Arte» Bige Orer, la direttrice della biennale, l’obiettivo delle loro molteplici iniziative è sempre stato quello di coinvolgere le comunità locali.

Innanzitutto, non esiste una sede fissa e confinata: ma di volta in volta vengono trasformati in luoghi per l’arte spazi poco conosciuti e inaccessibili o abbandonati; nel 2015, quella dedicata al Bosforo e curata da Carolyn Christov-Bakargiev ha portato l’arte contemporanea internazionale in decine di siti sorprendenti, da una spiaggia sul Mar Nero alle Isole dei Principi davanti a Istanbul.

Inoltre, dal 2013 l’ingresso è gratuito: «Una scelta che ha fatto crescere i 120mila visitatori del 2011 ai circa 500mila del 2017».Le sedi di quest’anno sono tre, separate sia spazialmente sia per approccio artistico e filosofico. L’Isola di Buyukada proprio davanti Istanbul ospita in quattro diverse località installazioni site-specific; il Museo di Pera accoglie, ha precisato Bourriaud, «artisti che creano mondi e civiltà, che sviluppano archeologie fittizie, che narrano epopee alternative; tra cui, ad esempio, l’italiano Luigi Serafini autore del Codex Seraphinianus, o Charles Avery impegnato dal 2004 nella descrizione dell’isola immaginaria di Onomatopoeia attraverso disegni, dipinti, installazioni e film».

La terza sede avrebbe dovuto essere l’inedita Tersane, l’immenso cantiere navale ottomano sulle rive del Corno d’oro in disuso da decenni; tuttavia, problemi legati alla presenza di amianto hanno costretto a uno spostamento in extremis nel nuovo Museo Antrepo 5 sul Bosforo, che aprirà nel 2020. Sono però presenti gli artisti già previsti: come il giapponese Yuji Agematsu, che raccoglie detriti della quotidianità dalle vie di New York, li avvolge nel cellophane, li espone in vetrine; oppure Elmas Deniz, che ha mappato gli oltre 120 fiumi e torrenti scomparsi di Istanbul, e Philip Zach che si è fatto speleologo per cercare l’«archè» di Istanbul in una caverna ai margini della città.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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