Capogrossi dal disegno al segno

Trenta carte degli anni Trenta e Quaranta alla Galleria Lombardi

Redazione |  | Roma

Negli anni Quaranta Giuseppe Capogrossi si è molto dedicato al disegno, la sua produzione è più che raddoppiata rispetto ai due decenni precedenti, come si evince dal catalogo ragionato della sua opera tra il 1920 e il 1949, redatto da Guglielmo Capogrossi, nipote dell’artista, e Francesca Romana Morelli (Skira, Milano 2012). La spiegazione va ricercata nella nuova libertà acquisita dall’artista, in un nuovo progetto di ricerca che dal 1946 si rivela una crisi artistica. La realtà viene progressivamente assorbita all’interno di una superficie astratta, da cui alla fine viene estratto il suo «segno» inconfondibile.

Trenta carte degli anni Trenta e Quaranta appartenenti agli eredi dell’artista sono nella Galleria Lombardi con la mostra «Capogrossi. Il segno in mutamento», fino al 18 novembre (curata da Francesca Romana Morelli e da Lorenzo Lombardi). È la prima mostra sulla grafica figurativa di Capogrossi, spinta all’estremo fino a saldarsi con l’Informale, rappresentato da una tempera rinvenuta nello studio dopo la scomparsa del maestro. Capogrossi non ha mai usato bozzetti per i dipinti, ma ha inteso il disegno come idea germinale, mezzo per sperimentare le tecniche, verificare gli schemi ideali del suo stile e della cultura coeva. Un acquarello nato nei primi anni Trenta sulla spiaggia assolata di Terracina blocca delle figure affacciate da una staccionata, alle quali con la sanguigna ha aggiunto due sagome femminili con un ombrellino, idee poi sviluppate in opere tonali come «Temporale» e «Partenza in sandolino».

Un iconico profilo di donna a tempera si ricollega all’interesse per la pittura pompeiana. Degli anni Quaranta una sequenza di corpi femminili dalle forme opulente e pose audaci, ricavate con un segno a inchiostro di china, tempera, matite o pastelli colorati, poi nudi a carboncino scarniti dal vuoto dello spazio in cui sono immersi. Infine un acquarello di un soggiorno di studio nel Tirolo austriaco tra il 1948 e il 1949, in cui il paesaggio si trasforma in segni che scandiscono la superficie. In mostra anche due dipinti, una «Ballerina» del 1941 e «Donna distesa con chitarra» del 1947-48, posti come pietre miliari del suo itinerario artistico.

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