Calligrafia araba, rumba congolese e tartufo italiano

Ratificata dall’Italia 15 anni fa, la Convenzione Unesco 2003 annovera finora 429 beni nella Lista del patrimonio immateriale da proteggere. Il caso della pizza napoletana che prevalse sulla pizza Usa

Ballerine ballano la rumba congolese
Manlio Frigo |

Come ogni anno, il Comitato intergovernativo dell’Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale ha da poco approvato le nuove inserzioni nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale. Tra queste figurano alcune «new entries» molto lontane tra loro, e non solo geograficamente: la calligrafia araba, su proposta di un gruppo di Paesi arabi (tra i quali Arabia Saudita, Egitto, Iraq, Emirati Arabi), la rumba congolese (su proposta della Repubblica democratica del Congo e della Repubblica del Congo) e la «cerca e cavatura del tartufo in Italia», su proposta italiana. Ma che cos’è il patrimonio culturale immateriale, quali sono i criteri per determinare quali beni ne fanno parte, chi decide sull’attribuzione di tale qualifica, che cosa comporta l’iscrizione in questa lista e, soprattutto, perché è opportuna la loro salvaguardia?

La nozione di «patrimonio culturale immateriale» è stata introdotta dall’omonima Convenzione Unesco del 2003 (ratificata dall’Italia nel 2007) e include le pratiche, rappresentazioni, espressioni, saperi e capacità, strumenti, artefatti, oggetti, e spazi culturali associati, che le comunità, i gruppi e i singoli individui, riconoscono come parte integrante del loro patrimonio culturale. Diversamente dalla Lista del patrimonio mondiale della Convenzione Unesco del 1972 per la protezione del patrimonio mondiale culturale e naturale, volta alla tutela dei siti e dei beni immobili, le misure di salvaguardia sono qui previste a beneficio di elementi che si caratterizzano proprio per il loro carattere intangibile.

Ciò che rileva non è la singola manifestazione culturale in sé, ma il sapere e la conoscenza che vengono trasmessi da una generazione all’altra e ricreati nel tempo dalle comunità e dai gruppi. Il patrimonio immateriale, riprendendo le parole dell’Unesco, garantisce un senso di identità e continuità e incoraggia il rispetto per la diversità culturale, la creatività umana, lo sviluppo sostenibile, il rispetto reciproco tra le comunità stesse e i soggetti coinvolti. Il canto a tenore sardo, la coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria, il saper fare liutario di Cremona ne costituiscono altrettanti esempi italiani

Se si considera che l’Unesco (istituto specializzato delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura) ha tra i suoi obiettivi principali l’adozione di misure volte a favorire la trasmissione del patrimonio culturale alle generazioni future, l’estensione di forme di protezione internazionale anche a manifestazioni culturali immateriali è perfettamente coerente con gli scopi statutari dell’organizzazione. La selezione per l’inclusione nella Lista è affidata a un Comitato intergovernativo composto da 24 Paesi che esamina le candidature proposte dagli Stati membri (le nomination nel 2021 sono state 48) e decide alla luce delle direttive operative elaborate dal Comitato medesimo e aggiornate nel 2016.

L’iscrizione, ad oggi, di 429 elementi nella Lista ha avuto prima di tutto un impatto sul piano mediatico; se fino a pochi anni fa l’espressione «patrimonio immateriale» era sostanzialmente sconosciuta, oggi è sempre meno un oggetto misterioso e contribuisce a creare una nuova consapevolezza dell’importanza di preservare saperi e tradizioni che rischiano di andare perduti. L’onere della salvaguardia del patrimonio immateriale spetta in primo luogo ai singoli Stati, benché sia possibile, specie per i Paesi in via di sviluppo, ottenere un minimo sostegno finanziario dall’Unesco che conserva il diritto di monitorare le attività di protezione poste in essere dagli Stati a beneficio degli elementi iscritti nella Lista sulla base di rapporti periodici sottoposti ogni sei anni alla verifica del Comitato intergovernativo.

Quanto sia ritenuto prestigioso il successo di una candidatura può essere testimoniato da un episodio abbastanza recente. Quando nel 2017 l’«arte del pizzaiuolo napoletano» venne iscritta nella Lista, dovette superare con un’intensa attività di promozione il paradossale ostacolo della candidatura statunitense (apparentemente sostenuta dalla nota catena Pizza Hut) che rivendicava la pizza come un’arte tipicamente made in Usa.

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