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Musei

Attenti ai Ricci

I capolavori meno conosciuti a Capodimonte | Una delle anse di rococò più godibili al mondo

«L’Assunzione della Maddalena» di Sebastiano Ricci (particolare) (1659-1734)

Poche righe per raccomandare agli amici che saliranno a Capodimonte di stare attenti ai Ricci. Se ne incontrano almeno tre, al primo piano: uno grande, a centro parete con una Maddalena volante in gran spolvero di azzurri, rossi e verdini, e due piccoli come una figliolanza (un «Cristo e il centurione» e un «Cristo e la cananea»), a formare un’oasi rinfrancante che nel museo sopraggiunge dopo le sale dedicate ai bolognesi, con il primato di Annibale Carracci. A occhio «L’Assunzione della Maddalena» non supera il 1720 (a Napoli sono gli anni dell’affresco di Francesco Solimena sulla controfacciata del Gesù Nuovo; nel ducato di Sassonia quelli dei «Sei concerti brandeburghesi» di Bach).

Il trio di Ricci forma una delle anse di gusto rococò più godibili del mondo e, insieme, delle meno visitate specie da chi, fino a quel punto, sia stato sopraffatto da un capolavoro un poco regimental come l’«Ercole al Bivio» di Annibale. Un secolo dopo, tutto si è alleggerito. Con questa Maddalena briosa e scintillante, scortata da sette angeli (uno dei quali ammicca invitandoci a unirci al gruppo), facciamo la conoscenza di questo pittore nato e cresciuto tra i nodosi boscaioli di Belluno. «Ein temperamentvoller Mensch», direbbero da quelle parti che non sembrano più Italia e non sono ancora Austria. Un tipo cazzuto, tradurremmo noi sulla fede dello «Zanichelli».

A vent’anni il pittore mette in cinta una ragazza di Rialto che ne ha tre di meno; i genitori premono per fargliela sposare. Lui tenta di avvelenarla e da Venezia schizza a Bologna. Lei lo raggiunge (si presume dopo averlo perdonato). E sarà così per oltre mezzo secolo: tra vita raminga e migliaia di quadri. Dall’autoritratto agli Uffizi ci guarda un uomo sotto i cinquanta, di complessione robusta per usare un eufemismo. Uno cui, nelle pause dal lavoro e dei trattenimenti venerei (perseguiti con alacrità non minore), piace mangiare; specie i formaggi. Di uno così non diresti che è uno dei nomi decisivi del Tardo Barocco. Il fatto è che, se non il più bello, Ricci è il pittore più decisivo vissuto tra Luca Giordano e Giambattista Tiepolo. L’anello mancante, come si constata vagabondando tra il primo e il secondo piano di Capodimonte.

Ricci ha fatto i compiti su Giordano, sottraendogli peso: è un Giordano che fa a meno di Giordano. E con Ricci Tiepolo è risalito alle acrobazie aeree di Correggio. Senza il suo stile galante non si spiegano le migliori notizie di primo Settecento (persino certe ninfe di Watteau risentono dei suoi colpi). Anche l’aria lagunare su cui, prima o poi, tutti conveniamo, fatta di Tiepolo, bautte, Carpaccio, fughe di Casanova e «Quattro stagioni», è farina del suo sacco. Nel bene e nel male Ricci è un battistrada, un vero anticipatore, ed è il motivo per cui non è mai riuscito ad allinearsi ai grandi decoratori da esportazione. Ma nel destino di Giordano Ricci e Tiepolo non c’era solo quello di incarnare i termini di una staffetta. I tre condividevano l’ossessione di muoversi (gli artisti hanno sempre viaggiato più degli storici d’arte).

Si chiama dromomania. Ricci si spende tra Venezia, Bologna, Parma, Milano, Firenze, Londra, Bergamo Torino e Parigi. Contano i soldi e l’imperativo di aggiornarsi. Raccoglie invenzioni e dal canto su, ne semina mille altre. In un secolo squisitamente musicale elabora un fraseggio intenerito, languido e dilettevole(aggettivi di accertata storicità che nessuno si sognerebbe di adoperare per Masaccio o Cézanne). Il mosaico dei suoi spostamenti disegna la mappa dello stato dell’arte nel passaggio al Rococò. Longhi, che lo ammirava, sospettava che Ricci finisse «intossicato da tanto cultura». Uno di quei rischi, oggi, non così facili da correre.

Stefano Causa, edizione online, 27 giugno 2020



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