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ARTE e CINEMA | Il Guercino del patriota

Il fermo immagine su film e serie TV

Sale lento le scale scricchiolanti, col fucile in mano, aggirandosi guardingo tra le stanze. Giunto al primo piano e accortosi di essere solo, il caporale Gabriel Martin (Heath Ledger) si toglie il tricorno. La cinepresa segue il suo sguardo, attratto dal baccano che viene da lontano; stringe su una finestra ritagliata contro una parete in ombra ed esce ad abbracciare la piana verde smeraldo che si distende oltre lo steccato. Sotto il cielo turchino di una giornata di sole accecante s’intravedono file di uniformi sgargianti tra nuvole di fumo mentre, in un crescendo di colpi d’artiglieria, si fanno via via più chiare le note squillanti di «Fife and Drum» (pifferi e tamburi) della Regimental Quick March of the Grenadiers(ricordate la scena di battaglia in «Barry Lindon»?).

Non viene specificato, ma lo scontro campale cui Gabriel Martin assiste da quella posizione panoramica assieme al padre, che lo ha appena raggiunto (Mel Gibson nel ruolo protagonista del capitano Benjamin Martin), si direbbe quello del Saunder’s Creek, combattuto il 16 agosto 1780 circa cinque miglia a nord della cittadina di Camden, Contea di Kershaw, nella Carolina del Sud. Ad affrontarsi erano le truppe continentali, guidate dal Brigadier General Horatio Gates e l’esercito britannico, agli ordini del Lieutenant General Charles, Lord Cornwallis.

Con l’aria disillusa di chi ne ha viste troppe, Benjamin Martin a quello spettacolo scuote la testa.
«Quel Gates è un dannato folle. Ha passato troppi anni nell’esercito inglese. Affrontare le giubbe rosse in campo aperto, (dice «muzzle to muzzle», ossia «bocca a bocca», di fucile), è una pazzia», non si trattiene dal commentare. «Questa battaglia era persa prima di cominciare».
E difatti, nella guerra d’indipendenza che le tredici colonie ingaggiarono col Regno di Gran Bretagna tra il 1775 e il 1783 nota negli Stati Uniti come American Revolutionary War, quel giorno gli americani riportarono una sonora sconfitta.

Ma ciò che a noi interessa in quella scena di «The Patriot» («Il patriota»), il film diretto nel 2000 da Roland Emmerich, si trova alle spalle di Benjamin e Gabriel Martin, in secondo piano. Si tratta della tela appesa a fianco della finestra da cui osservano la disfatta dei loro compagni d’arme. Rimane in ombra, ma è una copia della «Sibilla Persica» di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino (Cento, 1591 - Bologna, 1666), il cui originale è conservato nella Pinacoteca Capitolina di Roma.

Eseguito per il conte Carlo Rondinelli, governatore di Cento, che lo pagò 17,5 doppie d’Italia nel giugno 1647, il dipinto rimane tra i più celebri del Guercino. E, come tutta la sua opera e in generale quella dei pittori classicisti bolognesi del Seicento (dai Carracci a Guido Reni, passando per Domenichino e Albani), conobbe enorme fortuna in Inghilterra anche grazie alla stampa che ne ricavò Sir Robert Strange (1721-92).
A questo punto verrebbe da chiedersi come fosse possibile che una copia, poniamo anche tarda, di quel dipinto potesse trovarsi in una casa della Carolina del Sud nel 1780. Non è impossibile che un latifondista d’origini inglesi arredasse la sua tenuta con mobili e quadri allora in voga nella madrepatria, anzi. Però, che tra «brown furniture» (noi diremmo mobili in legno scuro) in stile Giorgio II e un «Longcase Clock» (ossia una pendola a colonna), ci fosse anche una copia da Guercino appare un po’ meno probabile.

Chissà se Mark Gordon, produttore del film, quando dichiarava alla stampa che la sua squadra «tried their best to be as authentic as possible» (aveva fatto del suo meglio per essere il più accurata possibile) rivelando, con una punta d’orgoglio, come si fosse perfino consultata con la Smithsonian Institution (che si autodefinisce «il più grande complesso museale, educativo e di ricerca al mondo») per non commettere errori nel riprodurre i costumi dell’epoca, avesse preso in considerazione anche l’aspetto degli arredi e dei dipinti. Forse si o forse no.

Dettagli naturalmente, che per un appassionato come me richiedono un improvviso fermo immagine, a dispetto di chi mi sta accanto sul divano che vorrebbe soltanto godersi il film.

Marco Riccòmini, edizione online, 5 giugno 2020



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