Aperitivo a pane e cipolle

«Transtranger Café» (2012) di Nari Ward.
Franco Fanelli |

«Lo sapevo che tutto questo parlare di arte ci avrebbe portato dei problemi», sbotta a un certo punto Tony Soprano; ma tutto questo parlare di cibo dove ci porterà? Di sicuro al paradosso: nel tempo dei sempre più numerosi nuovi poveri costretti al junk-food (quando va bene), le televisioni servono un’abbuffata di raffinate pietanze e insopportabili intemperanze di chef variamente stellati. Poi al supermercato basta dare un’occhiata al carrello del vicino per capire che si continua, alla faccia di Beppe Bigazzi e di Gordon Ramsay, a mangiare malissimo. Ma la moda gastronomica è legata anche a un altro versante, quello dove il cibo, nel nome della protezione dei marchi, dei piccoli produttori, del dop, del doc, del docg, dell’igt e ovviamente del sempre citato «territorio» e del chilometro zero, è uno dei cavalli di battaglia di chi si vuole opporre alla fagocitante globalizzazione imposta
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© Riproduzione riservata «Miralda-Selz Traiteurs Coloristes» (1968) di Antoni Miralda e Dorothée Selz © ADAGP, Paris 2014, ph. Nicolas Fussler «Entre Manger et Penser» (1990) di Chen Zhen. © ADAGP, Paris 2014, Courtesy Galleria Continua,  San Gimignano/Beijing/Les Moulins/Ph. DR «Supermercado» (2014) di Eduardo Srur; © Eduardo Srur, Ph. Fernando Huck
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