ANNO ZERI | Federico Zeri secondo Pierre Rosenberg

Quando lo storico dell'arte italiano fece il suo ingresso tra gli immortali di Francia, il presidente direttore del Louvre gli consegnò lo spadino di Accademico con questo ritratto impertinente

Pierre Rosenberg consegna a Federico Zeri la spada di Accademico di Francia nel 1997
Pierre Rosenberg |

Dopo il ricevimento di Federico Zeri all'Académie des Beaux-Arts il 23 aprile 1997 e la consegna della sua spada, abbiamo appreso della brutale scomparsa di Sydney Freedberg. Era stato lui a invitare Zeri a Harvard e mi ricordo della sua emozione e della sua amichevole simpatia quando ricordava Federico. P.R.

Signor professore, caro collega, caro Federico, ho cercato una parola che potesse descrivere, caratterizzare, distinguere la Sua persona. Ero indeciso tra provocatore e anticonformista, ma alla fine ho optato per «non classificabile». Non solo Lei sfugge a una classificazione come storico dell'arte, ma anche come essere umano, sebbene esistano un'infinità di tipi umani! La conosco abbastanza bene da pensare che questa «definizione» non Le dispiaccia.

Lei è nato a Roma e conosce questa città, ineguagliabile per le sue enormi ricchezze, meglio di chiunque altro. Dopo la guerra, vi ha guidato gli ufficiali alleati. In essa ha studiato e lavorato, l'ha amata e la detesta: «È una città spaventosa», dice con quel tono che vorremmo saper imitare. «Tra il 1870 e il 1910-12, vi sono stati commessi errori fatali», che, secondo Lei, si sono ripetuti. Non ha mai cessato di accusare i responsabili, coloro che definisce con disprezzo «burocrati». Tuttavia, vive nei pressi di Roma e di certo ha fatto questa scelta per controllare da vicino ciò che vi accade. Infatti, non può restare indifferente di fronte ai guasti che denuncia con ammirevole impeto.

Il Suo rapporto con l'Italia è di natura conflittuale, passionale... I suoi compatrioti amano criticare il loro paese e i suoi abitanti, ma Lei va oltre. Nulla sfugge alla Sua ira: nessuna classe sociale, tranne quegli artigiani che rappresentano il popolo, dei quali l'ho sentito parlare con una tenerezza commossa che non aveva niente di paternalistico. Ed anche qualche vecchio aristocratico, qualche gran dama, oggi scomparsi, «che sapevano divertirsi, accostarsi con disinvoltura a tutte le arti, lanciare le mode intellettuali, far emergere i talenti artistici e inventare il gusto».

Questo rapporto di amore-odio per l'Italia non si è mai addolcito. Lei è italiano, senza dubbio, ma ha presto capito che in Italia qualsiasi carriera poteva avere sbocchi solo aprendosi all'Europa e al mondo. Il Suo primo viaggio negli Stati Uniti risale al 1957 e Lei ha sempre rimproverato a Roberto Longhi (uno dei suoi maestri, ammirato e odiato, perché Lei non conosce le mezze misure) di non esserci andato. Lei è italiano e itinerante. Ma riprendiamo il discorso.

Lei detesta i funzionari, aggiungendo per educazione: italiani. Ma quando fece la Sua scelta, dopo aver rinunciato alla botanica e allo studio dell'ormone delle piante, l'auxina e l'eteroauxina, Lei divenne funzionario, assumendo la direzione della galleria Spada di Roma. È evidente che il compito di presentare quelle splendide collezioni, a cui si è dedicato con passione, resta per Lei un modello. I «professori» non le piacciono. E tuttavia è stato insegnante e ha amato l'insegnamento: a Harvard, dove era stato chiamato da Sydney Freedberg, e alla Columbia, su richiesta del grande Rudolf Wittkower.

Lei non ama l'Italia, ma ha dedicato la vita al suo passato. I Suoi articoli, diverse centinaia di cui il primo del 1948, i Suoi saggi, le sue molte opere trattano soprattutto di artisti italiani e particolarmente di quei «primitivi» ai quali spesso, grazie a Lei, è stato possibile attribuire le opere esposte nei nostri musei. Lei ha redatto in modo esemplare i cataloghi delle gallerie Spada e Pallavicini di Roma, dei quadri italiani del Metropolitan Museum di New York e della Walters Art Gallery di Baltimora e le sue note sono modelli di un genere in cui Lei è maestro. Ma il Suo pittore preferito è Rubens! Decisamente, Lei non è classificabile.

Lei è il più grande storico vivente dell'arte italiana, ma preferisce definirsi «filologo». Il Suo «occhio», la Sua memoria visiva sono, a giusto titolo, leggendari. Lei è uno dei grandi «attribuzionisti» del nostro secolo, al pari di Bernard Berenson e di Roberto Longhi, che ha conosciuto bene e dei quali ha tracciato i ritratti in modo impeccabile. Lei ha descritto le due caratteristiche dell'«attribuzionista», l'espressione non è per niente felice, diciamo piuttosto del «conoscitore»: la memoria visiva da un lato e il fare riferimento ai testi ed al materiale fotografico dall'altro.

Di questi ultimi è un accumulatore bulimico. Coloro che hanno avuto il privilegio di essere ricevuti a casa Sua, nella Sua Tebaide di Mentana, di cui riparlerò, o quelli che hanno visto il filmato che il Louvre le ha dedicato hanno potuto constatare quanto le siano care la Sua biblioteca e la Sua fototeca, curate con lo stesso amore delle sue rose e dei suoi alberi. Vederla divertirsi con le sue fotografie, cosa che rappresenta la Sua più grande gioia, è quasi commovente.

Lei stesso ha illustrato il Suo «metodo» che è, come risulta evidente, essenzialmente pragmatico: osservare le innumerevoli fotografie che le «capitano tra le mani» (precisando, cosa che sorprende sempre i neofiti, che si tratta di fotografie in bianco e nero), quindi identificarne il soggetto. «Cerco poi di determinare il paese, l'epoca, il pittore». Il Suo metodo sembra talmente semplice che coloro che credono alle ricette magiche, all'infallibilità delle analisi di laboratorio sostenute dal prestigio della scienza resteranno delusi.

Ma Lei nasconde i suoi segreti. La semplicità apparente è in realtà il frutto di un'ascesi quotidiana, di un allenamento continuo, di una costante attenzione dell'occhio e soprattutto di una freschezza e di una capacità critica dello sguardo, sempre vigile. Bisogna saper dubitare del nome che si legge sotto un quadro. Bisogna anche saper sostituire quel nome con un altro. Accettare un'attribuzione tradizionale quando si rivela sbagliata significa, come dice una celebre battuta, non riconoscere (e non conoscere) due artisti: il vero autore del quadro, naturalmente, e neppure colui al quale l'opera viene erroneamente attribuita.

Chiarendo ulteriormente il Suo metodo, Lei ha osservato che i quadri vengono analizzati diversamente a seconda della loro origine geografica. Della «Deposizione» di Rogier van der Weyden esposta al Prado Lei afferma: «Bisogna cominciare dalle lacrime», mentre per il «Giudizio» di Michelangelo è la composizione che conta.

Ma vedere in Lei soltanto un «attribuzionista», un redattore di schede, un abile ricostruttore di trittici e polittici smembrati, vorrebbe dire fraintendere la Sua ambizione. Le è capitato di interessarsi a iconologisti come Panofsky, a Antal che sottolineò l'importanza di studiare il contesto sociale, economico e religioso (il primo finalmente letto oggi in Francia, il secondo ormai dimenticato). Ma il Suo intento è un altro. Le attribuzioni folgoranti di cui Lei solo ha il segreto diventano l'occasione di ricollocare un'opera nel suo esatto contesto, l'«ambiente» caro ai Suoi compatrioti.

Le sue analisi stilistiche, le sue annotazioni e osservazioni possono sembrare secondarie, «filateliche». E tuttavia, ogni Sua nuova attribuzione è il pretesto per vedere in una diversa prospettiva questo o quel settore dell'arte italiana, penso all'arte della Controriforma che Lei ha rivalutato, per prendere in considerazione non solo le capitali a lungo studiate come Firenze e Siena, ma anche i centri e le regioni troppo trascurati perché ritenuti, prima di Lei, secondari, come Rimini o l'Umbria, ad esempio.

Ho detto che Lei non ha mai apprezzato i funzionari del mondo delle Belle Arti, ma ha sempre stimato e frequentato i restauratori, i mercanti e i collezionisti. Nelle sue interviste, nei Suoi libri di memorie non si contano gli aneddoti, assai divertenti, che li riguardano. Talvolta li prende in giro, ma sa anche riconoscere quanto deve loro. Vorrei poter citare più ampiamente le Sue parole a proposito di Mario Modestini, di Alessandro Contini Bonacossi, del conte Cini, di J. Paul Getty e di tante altre grandi figure che Lei ha avvicinato e sovente frequentato.

Mi limiterò al racconto dell'incontro tra Contini Bonacossi e Samuel H. Kress: «Fu allora che egli (cioè il giovane Contini) scoprì un ricchissimo scapolo, un certo Samuel Kress, ex minatore di origine tedesca, che aveva fondato con i suoi due fratelli la catena di magazzini "Five and ten", nei quali si vendevano solo prodotti a cinque o a dieci cent: bottoni, aghi, fili da cucito. Questi magazzini si erano diffusi in tutta l'America. Kress, che viveva con una bellissima amica, Delora Kilvert, acquistò verso il 1930 un quadro senese del XIV secolo, della scuola di Segna di Bonaventura (...). (Bonacossi) venne a sapere che ogni anno Kress e la Kilvert venivano in Europa in transatlantico; per prima cosa andavano a Baden-Baden, poi affittavano una Rolls-Royce e attraversavano l'Italia alla ricerca di bellezze artistiche. Avendo saputo in quale data Kress si imbarcava, per tre anni di seguito Contini prese una cabina vicino alla Sua. Naturalmente, finirono per diventare amici. Contini stesso mi ha raccontato che all'inizio aveva cercato di vendergli dei francobolli, ma non ci era riuscito; poi era passato ai quadri». E prosegue: «Fu così che, dal 1931 al 1950, vendette a Samuel e a suo fratello Rush più di tremila pezzi, quadri o sculture». Sappiamo bene il posto che la collezione Kress, ricca di capolavori di tutte le scuole e di tutte le epoche, occupa alla National Gallery di Washington e in molti altri musei che in Francia definiremmo di provincia.

Il conte Cini, al quale Venezia deve tanto, aveva sposato una bellissima attrice, Lyda Borelli, di cui era molto innamorato. «Il suo desiderio di possesso lo ossessionava. Cominciò con l'esiliare la moglie in una delle sue proprietà, a Montericco, che si trovava in cima a una collina e a cui si arrivava solo attraverso un sentiero impraticabile: era così stretto che, per accedervi, la Fiat dovette creare un veicolo speciale, di forma estremamente allungata, in cui i passeggeri stavano gli uni dietro gli altri». Qualche anno dopo, mentre aiutava il conte a formare la sua collezione (di cui una parte importante appartiene oggi all'Italia) e quando già conosceva Getty, l'illustre miliardario che, secondo Cini, le pagava somme notevoli, capitò quanto segue: «Un giorno, verso la fine degli anni Sessanta, non potendone più, egli (il conte Cini) mi prese da parte e tentò di affrontare il discorso. Ci davamo del lei, come si conviene tra persone beneducate e di condizione sociale diversa: "Dunque, Lei è diventato ricchissimo?", finì per chiedermi lasciandomi più che altro interdetto. Per non deluderlo e per vedere fino a che punto sarebbe arrivato, assentii. Allora, lui disse alcune cifre: un milione, dieci milioni, venti milioni di dollari?... Io andai fino in fondo: "Ma no, molto di più! Lo sa anche Lei, è difficile valutare esattamente una fortuna!...". Al che Cini si affrettò a concludere: "Ma Lei appartiene alla nostra élite! Adesso possiamo darci del tu"...».

Decisamente, Lei ha anche il dono di saper raccontare. È uno scrittore nato, ma soprattutto uno storico dell'arte non allineato, perché ama i settori trascurati da tale disciplina. Lei ha dichiarato che la Sua «sola passione è il contatto diretto con le opere». Ed è proprio questo contatto che le ha permesso di smascherare molti falsi, spesso sculture, come le teste scolpite di Livorno attribuite a Modigliani, il Trono Ludovisi o un enorme kouros acquistato dal Getty a peso d'oro. Di smascherarli e attirare su di sé l'attenzione dei media, di cui parleremo tra poco. Nega di essere un collezionista (forse ha potuto sovente constatare i lati negativi di questi personaggi). Tuttavia, a Mentana, in quella casa splendida e così personale di cui è a ragione orgoglioso, si è circondato di epigrafi romane, di mosaici, di busti antichi, di quadri e di sculture che la smentiscono. Ma credo che dica la verità quando confessa: «La mia collezione è una specie di diario segreto».

Più che una personalità, Federico Zeri è un personaggio. Riconosce di avere un carattere difficile: temuto, esigente, si sforza di dire la verità, di dire, lo cito ancora, ciò che pensa: «Non ho mai accettato i compromessi né le soluzioni poco chiare». Tutto d'un pezzo, Federico Zeri è pieno di contraddizioni. Sedentario, ama i viaggi, specialmente in Medio Oriente, a Palmira, a Petra... L'eremita, il solitario di Mentana, non disprezza né il bel mondo né coloro che aspirano a farne parte, le attrici del cinema, Hollywood, lo show business, che l'Accademia mi perdoni. Schivo, Federico Zeri è un personaggio dei media, spesso invitato, raramente invano, dalle reti televisive italiane. Ci va mascherato, gli piace tuonare, denunciare gli scandali e i vandali. Possiede, e lo sa, quel che si dice una «presenza televisiva».

L'erudizione di Federico Zeri è fenomenale, persino nei campi più insoliti. Ma questo erudito non disdegna assolutamente il giornalismo e non si chiude nella fortezza della Sua disciplina. «La Stampa», il grande quotidiano liberale di Torino, ha pubblicato regolarmente i Suoi articoli, al tempo stesso specialistici e piacevoli da leggere, di uno stile a cui vorremmo che la nostra stampa nazionale si ispirasse. Polemista temibile e temuto, afferma che «il vero specialista deve essere impegnato socialmente e politicamente». Infatti, con grande coraggio, Zeri non esita mai a battersi per la difesa del patrimonio artistico e per la protezione dei beni culturali italiani.

Federico Zeri manifesta una curiosità vorace, insaziabile, rivolta soprattutto alle aree culturali periferiche, come Bisanzio e la cosiddetta decadenza dell'Impero romano, ma anche ad artisti come Luisa Casati o Nancy Cunard. In questo scettico, in questo pessimista, una tale passione per tutti i campi del sapere è sorprendente. Disilluso, Federico Zeri ama far ridere. Il Suo umorismo è devastante, spiazzante, talvolta graffiante come i Suoi sarcasmi. La Sua ironia implacabile, le sue storielle divertenti, talvolta scatologiche, spesso irriverenti nei confronti della Chiesa cattolica, sfidano il buongusto borghese che egli aborrisce e condanna. Ma sentiamo ancora una volta le sue parole: «Ho avuto una sola ambizione: riconoscere un oggetto prima degli altri, interessarmi ad epoche o ad artisti prima che siano di moda».

La mia conclusione, signor professore, caro collega, caro Federico, la irriterà. Lei è un uomo tutto d'un pezzo. Contrariamente al titolo d'un Suo libro, Lei non ama sbagliarsi, e, del resto, si sbaglia molto raramente. Lei non cambia opinione, non si contraddice e non ritorna sulle sue decisioni. Nel 1988, ricordando la Sua rinuncia all'incarico nella pubblica amministrazione, disse: «Volevo diventare il consulente di alcuni collezionisti privati». Le chiesero allora il Suo parere sulle accademie e perché non avesse voluto far parte della nobile e venerabile Accademia di San Luca, la madre di tutte le accademie: «Ho rifiutato per due ragioni. Innanzi tutto, perché considero le accademie come vere e proprie buffonate: sono un insieme di pedanti che, sentendosi poco sicuri di sé, cercano di farsi incensare. Ai miei occhi, conta unicamente la stima che ho di me stesso...». E aggiunse che l'Accademia di San Luca l'aveva trattata «in modo inammissibile».

Oggi, Lei è membro di quell'accademia, che ci ha eletti nello stesso giorno, l'8 novembre 1995. Dal 23 aprile 1997, o più esattamente dal 5 aprile 1995, data della Sua elezione come membro straniero al posto di Richard Nixon, Lei fa parte della nobile e venerabile Accademia di Belle Arti che, eleggendoLa, non poteva fare una scelta migliore.

Caro Federico, Lei ha saputo cambiare parere. Voglio sperare, tuttavia, che non rinnegherà una dichiarazione particolarmente gradita agli storici dell'arte francesi. Lei ebbe a dire: «Se qualcuno fondasse in Francia un grande centro di studi (di storia dell'arte), potrei lasciare in eredità alla Francia tutti i miei beni». Questo qualcuno esiste, è tra il pubblico, e il centro di studi esiste: occuperà tra breve i locali lasciati liberi dalla Bibliothèque nationale, rue de Richelieu, e assegnati definitivamente a una disciplina, la storia dell'arte, così bistrattata nel nostro paese. Il nostro istituto di storia dell'arte l'accoglierà con gratitudine. Il nostro paese è onorato di annoverarLa tra i suoi amici. La nostra disciplina ha più che mai bisogno di Lei. Caro Federico, noi l'amiamo così esigente e imprevedibile, appassionato e feroce, apocalittico e caustico. Ci piace l'intensità del Suo sguardo e l'intelligenza delle Sue osservazioni. Noi La amiamo così com'è...

Questo intervento di Pierre Rosenberg è stato pubblicato originariamente ne «Il Giornale dell'Arte» n. 156, giugno 1997, pp. 40-77.

© Riproduzione riservata Federico Zeri con abito e spadino da Accademico di Francia nel 1997
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